Recensione: The Unyielding Season

Di Daniele D'Adamo - 19 Giugno 2026 - 13:00
The Unyielding Season
Etichetta: Napalm Records
Genere: Black 
Anno: 2026
Nazione:
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79

E così i Winterfylleth, con “The Unyielding Season“, tagliano l’onorevole traguardo dei dieci full-length in carriera. Un risultato degno di nota, giacché ottenuto nell’underground inglese. In primis, la band non è certo nota a tutti. Non si chiamano Iron Maiden, cioè. Eppoi, concludere contratti discografici con le major è praticamente impossibile anche se, questa volta, in ballo c’è almeno la Napalm Records.

C’è da dire che della formazione originale (2007) sono sopravvissuti i soli Simon Lucas (batteria, percussioni) e Chris Naughton (voce, chitarra). A parte il bassista Mark Doyle, entrato nella formazione stessa l’anno scorso, l’innesto degli altri due attori, Mark Deeks (tastiere, synth, voce) e Russell Dobson (chitarra, voce), risalgono rispettivamente al 2012 e 2020. Con che, sì può tranquillamente affermare che lo spirito che ha soffiato nella terra creando Winterfylleth, risieda ancora in essi.

Il melodic black metal dei Nostri è cresciuto, e non di poco, dalle prime produzioni. Merito senz’altro dei musicisti più recenti, capaci di far evolvere le idee dei fondatori, portando il black di partenza verso imponenti aperture melodiche. Agganciate, come da recente moda, a violentissimi attacchi al fulmicotone retaggio di furibondi blast-beats (“Echoes in the After“, “Perdition’s Flame“). Non tutto, però, si srotola con questo iperbolico tempo di batteria. Lo stile dei Nostri involve, anche, segmenti meno estremi e più dediti alla riflessione senza tuttavia rallentare sino agli slow-tempo.

Stile dai toni drammatici grazie a melodie fondamentalmente tristi e malinconiche, che scivolano nella depressione quando Naughton dà totale sfogo alle sue aspre harsh vocals. Queste interpretate alla perfezione per descrivere i concetti compresi nell’album. Del, resto non ci si deve stupire: un vocalist la cui carriera sfiora il ventennio, è sicuramente dotato di un solido retroterra culturale che gli consenta sia di essere al passo coi tempi, sia colmo del ricordo di ere passate.

Non è solo lui, ovviamente, a caratterizzare uno stile che resta comunque adeso alla tradizione britannica, i cui testi sono poesie e le cui vestigia si possono ascoltare in “Unspoken Elegy“. Qui la chitarra acustica svolge uno splendido commento musicale, dolce e triste, cui si sommano le note del violoncello di Arthur Thompson e, poi, le delicate orchestrazioni di Deeks. E questo tutto, perlomeno a parere di chi scrive, è insito soltanto nel folclore del Regno Unito.

A parte questo intermezzo, la furia degli elementi riprende con gli spaventosi drumming che vengono sparati da Lucas alla velocità della luce. È qui, in questi momenti che la percezione sensoriale si annebbia per lasciare aperta la porta all’allucinazione. Allora, meravigliose melodie sono trasportate nel cervello, nella parte deputata ai sogni (“In Ashen Wake“). Ciò che si prova è estremamente emozionante: sentimenti, emozioni – appunto – e clamorose orchestrazioni lanciano chi ascolta nello spazio profondo, lontano dalla Terra e dai suoi distruttivi e pestiferi abitanti. Una visionarietà che si può toccare con mano e che mostra con chiarezza l’altissimo livello tecnico/artistico del quintetto di Manchester.

Le chitarre cuciono riff tecnicamente propri del black metal sebbene il relativo riffing non sia affatto caotico e tanto meno zanzariero. No. Tutto suona irreprensibilmente senza che siano cali di tensione passionale (“Towards Elysium“) o energetica (“Heroes of a Hundred Fields“). Le canzoni sono differenziate per bene, tanto che viene voglia – almeno la prima volta – di scoprire la song che sussegue quella precedente. Per un viaggio attraverso se stessi in relazione al Cosmo e alle leggi che lo governano, uguali a quelle l’Uomo.

The Unyielding Season” possiede il grande pregio di discostarsi dal melodic black metal, o anche semplicemente del black, delle altre Nazioni poiché in esso, quasi magicamente, si respira l’aria delle terre di Albione. Merito dei Winterfylleth e del loro grande talento musicale.

Daniele “dani66” D’Adamo

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