Recensione: Thorn
Gli Heavenfall sono una formazione lombarda di Abbiategrasso, attiva dal 2003, capitanata dal chitarrista Mattia “Pava” Pavanello e dal vocalist Dest. Nonostante la lunga attività, la band in precedenza ha realizzato solo l’album “Falling from Heaven” del 2012 ed un EP nel 2017. Malgrado questo, Pavanello e Dest sono stati comunque molto attivi in tutti questi anni, sia con l’attività live degli Heavenfall, sia con collaborazioni assieme a Elven, Furor Gallico, Heyedra e Killin’ Kind.
Ora sono pronti a tornare con il secondo album “Thorn”, uscito a quattordici anni dall’esordio. Realizzato ai Twilight Studio e prodotto dalla band stessa, il disco esce per Rockshots Records.
Il lavoro propone un heavy metal, a tratti prog, cupo e dal suono corposo, con una certa dose di drammaticità, confezionando una formula che richiama nomi come Nevermore, Iced Earth e Queensrÿche.
La coppia di apertura composta da “Squall-led” e “Sudden” mette in evidenza un taglio moderno, con una produzione che si avvicina a un certo heavy metal contemporaneo. Le chitarre suonano dense e riempiono tutti gli spazi, mentre la batteria svolge un lavoro compatto e versatile.
“No Candlelight” si apre con delle note tetre per poi sterzare verso un riff deciso, con la voce di Dest impegnata nel trasmettere una profonda emotività.
Su “Left Apart” le ombre malinconiche salgono in cattedra, evidenziando un uso più marcato della melodia.
Gli Heavenfall evidenziano una certa abilità negli arrangiamenti, amalgamando passaggi prog, innesti thrash metal e ritmiche heavy, il tutto tenuto insieme da una costante atmosfera crepuscolare.
Nel disco emerge più volte un songwriting articolato e introspettivo, che rende i brani mai scontati, anche se non di immediata assimilazione.
Pur non facendo niente di particolarmente memorabile, la voce graffiante e sofferta di Dest si sposa bene con le composizioni della band, creando trame emotive dai tratti a volte teatrali. Una prova, la sua, che prende spunto da altri nomi noti del genere, come Warrel Dane e Matt Barlow, riuscendo comunque a dare un certo tratto distintivo ai brani.
Per tutta la sua durata, “Thorn” evoca uno scenario cupo e tempestoso. La produzione si rivela curata senza risultare troppo artificiale: le chitarre conservano un graffio energico, supportate da una sezione ritmica impeccabile e vigorosa. L’intero album trasmette una forte sensazione di professionalità e coesione; una caratteristica che è senz’altro un pregio, anche se in certi frangenti il risultato può sembrare un po’ freddo. Sicuramente gli amanti del metal moderno ne adoreranno la nitidezza sonora, capace di incanalare le spigolosità più grezze in un flusso controllato e calcolato. Il vero punto di forza del disco risiede però nell’ottimo lavoro chitarristico di Pava e Giò, che dimostrano una grande abilità nel fondere irruenza e melodia, dando vita a passaggi di grandissimo impatto che lasciano intravedere un potenziale notevole.
Con “Ora Pro Nemine” ci si apre a soluzioni melodiche che svelano un certo retrogusto hard rock, amalgamato con il suono sferzante delle chitarre, mentre su “Stramonium” troviamo ancora un buon lavoro delle sei corde nel bilanciare con successo pesantezza e atmosfera.
Dopo anni di silenzio discografico, gli Heavenfall tornano nel migliore dei modi con un lavoro tutto d’un pezzo, ben suonato e con una produzione che valorizza gli scenari plumbei delle canzoni. Magari si poteva osare qualcosa in più per distinguersi dalle altre band di questo tipo, ma con “Thorn” gli Heavenfall dimostrano di avere ancora benzina nel motore e di poter dire qualcosa anche in futuro.

