Recensione: Triangle

Di Andrea Poletti - 12 Giugno 2016 - 10:31
Triangle
Band: Schammasch
Etichetta:
Genere: Avantgarde 
Anno: 2016
Nazione:
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88

Uno e trino, uomo quale dio di sé stesso, non esistono sovrannaturali creature, no a pensieri ultraterreni, no al credo, no a qualsiasi forma di forza che disti minimamente dall’essere uomo in pieno possesso delle proprie capacità. Una vita a cercare, ricercare e surclassare i propri limiti per morire nel silenzio, in solitudine senza aver compreso quali siano i significati degli sforzi compiuti. Non v’è gioia ne perdono, dolore o sofferenza, passione o amore, tutto diventano vano ed effimero al sepolcrale richiamo. “Triangle” è un mastodonte che tratta di tutto questo e lo incanala attraverso tre singoli album, ognuno dalla durata simbolica di 33 minuti, per raggiungere 100 attraverso tre fasi distanti ma necessarie per la comprensione finale l’una con l’altra. Come proporzionare un’opera di tale difficoltà e complessità nel mondo moderno? Probabilmente come punto finale di un percorso di ricerca compositiva prima d’ora mai intrapreso, se non da quello spumeggiante trittico formato da “777” dei Blut Aus Nord, all’unico scopo di sancire la parola fine sulla personale ricerca. Potrebbero paradossalmente anche chiudere ogni discorso quale band dopo questo progetto, il tutto è stato raggiunto, lo zenit compositivo che porta oggi, a quello che è a tutti gli effetti l’essenza dell’estremismo musicale. Non è violenza sonora con una dose massiccia di furia indomata, è un processo che porta a soffrire e a violentare sé stessi, dove estirpare i propri pensieri diventa catarsi applicata ad una ricerca dell’io più profondo. I Schammasch, hanno composto la somma di tutto e questo concept album è la massima espressione del metal moderno a livello di estremismo sonoro e concettuale.

I – THE PROCESS OF DYING

La morte quale perdita, cambiamento ed introspezione verso pensieri prima celati all’io più profondo; questo è concept alla base del primo disco che pone le radici strutturali per l’opera a venire. Non si trova black in senso stretto, ma piuttosto una grande ricerca che guarda oltre gli standard stilistici creati qualche anno addietro dai Behemoth post “Evangelion” per surclassarli e renderli immortlai; un’alchimia in costante contrasto tra essere e divenire, l’ingresso alla funesta ira più introspettiva per liberare istinti primordiali. I blast beat più feroci lungo spirali di voci sussurrate come una messa, un canto evocativo per esaltare e innalzare il padrone oscuro che vive lungo il nulla e il tutto. Il dio interiore dentro ognuno di noi. Dissonanze e tempi dispari, visioni mistiche dove nessuna melodia ha voce in capitolo anche attraverso i lunghi passaggi strumentali, dove la doppia cassa in lontananza, ci ricorda di essere dentro un album di metal estremo senza quasi avere memorie. Sei canzoni, sei inni al nero, sei passaggi verso quel processo di purificazione che si addentrano nel sentiero della morte del corpo carnale. Non v’è altro da descrivere se non l’inizio della fine.

“Noi parliamo con voci mortali

Noi parliamo con voci amorevoli

Noi parliamo di verità mortali

Oscurati dall’arte più nera”

II – METAFLESH

Il bilanciamento, il baricentro tra vita mortale e vita spirituale dove gli intenti rabbiosi e gioiosi si trasformano per delineare semplici pensieri astratti. Le ritmiche rallentano, le dilatazioni spazio tempo aumentano considerevolmente e un’atmosfera cupa e metafisica prende il sopravvento delineando composizioni al limite del doom. Celtic Frost prima e Tryptikon poi hanno percorso questa strada in passato, frutto di una notevole ricerca strumentale al fine di far comprendere come la violenza, non è mai pura velocità e furia cieca. Più colpisci nel profondo, più comprendi il dolore e la trasformazione entro la quale siamo entrati, ora è più viva che mai. Non vi sono più gli istinti rabbiosi, i blast beat e i growl della prima parte si allontanano quasi scenograficamente per lasciare spazio ad un canto recitato, un maestro di cerimonie che introduce gli astanti al vacuo vivere. Anche la melodia riesce ad entrare in contatto col copro umano, le dissonanze seppur presenti in retrovia, si avvicinano a eteree onde che vagano attraverso gli spiriti dannati mentre tu comprendi di stare morendo dentro. Cose già sentite si potrebbe pensare, musiche non innovative, probabilmente si ma il diventare parte di un progetto così ambizioso e meticolosamente costruito le rende superiori a molto del conosciuto. Violenza, armonia, delicatezza, fragilità e forza che si combinano attraverso liriche malvagie e pregne di accettazione dello status psicofisico in fase di cambiamento. Non v’è altro modo per descriverlo se no con il silenzio e il rispetto che merita.

“Noi non siamo ciò che creiamo

Né il nostro futuro, né il nostro passato

Noi non siamo siamo le nostre decisioni

Noi non siamo ciò in cui crediamo

Noi non siamo i pensieri che richiudiamo entro noi stessi

Siamo quella luce nella quale ci trasformiamo”

III – THE SUPERNAL CLEAR LIGHT OF THE VOID

Libertà, carnale o spirituale, dove l’io si allaccia definitivamente al sovrannaturale tingendosi di metafore e concetti irreali; il vuoto catartico con musiche leggere ed eteree per allontanarci dal vissuto terrestre. Un album al 90% strumentale, tranne per la conclusiva “The Empyrean”, che regala emozioni distanti dal tattile, distanti dall’etimologia classica del metal, non è metal, non è nemmeno musica in senso stretto probabilmente. Una serie di note e atmosfere che si avvicinano molto agli Ulver degli ultimi anni, con un senso di irrequietezza maggiore e meno comprensibilità oggettiva. Se il sovrannaturale ha modo di essere letto o inrapreso, il terzo tempo di questo macroprogretto è il modo migliore per distaccarsi dal mondo che ci circonda, spegnere la luce del quotidiano vivere diventando luce, diventando eternità, diventando vuoto come sostanzialmente siamo e sempre siamo stati. Non v’è altro da aggiungere se no le parole che chiudono il disco.

“Ogni ansia e angoscia

Dolore e sofferenza, odio e invidia,

Ogni lacrima che cade,

Ogni istante nel desiderio, nella solitudine,

Ogni scintilla di speranza o illusione,

Gioia o perdono,

Pace e soddisfazione,

Tutte le passione e gli amori

Tutte queste cose sono uno,

Per poter noi stessi testimoniare

Che una volta ritornati alla nostra dote naturale

Tutto è niente”

Volutamente non descritto, volutamente irreale come analisi, volutamente mi allontano per lasciare spazio a quest’opera che richiede mesi per essere compresa, anni perché venga accettata. Un triplo album che racchiude una vita intera, senza nulla togliere al trascorso della band, questa avventura musicale si rivela il diamante che viaggia per anni verso noi, viaggia nel passato facendoci ricordare oggi quanto di bello c’è ancora nel mondo della musica. “Triangle” non è facile, al limite della non accettazione, non ha metri di paragone poiché, seppur accennato in partenza, la trilogia del “777” è stata portata a conclusione in un lasso di tempo maggiore con meno cura dei dettagli. Mi allontano con un personale parere, prendete queste parole con le dovute proporzioni: I Schammasch hanno forgiato quello che è un capitolo fondamentale per la musica moderna, un album che può fare aprire gli occhi e lo spirito solamente a coloro che meritano, “Trianlge” è il disco dell’anno per chi ha forza di andare oltre, per gli altri non ha senso d’esistere. 

“Quando un’opera sembra in anticipo sul suo tempo, è vero invece che il tempo è in ritardo rispetto all’opera.”

Jean Cocteau

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