Recensione: Trinity: the Annihilation

Di Alessandro Calvi - 4 Agosto 2015 - 9:30
Trinity: the Annihilation
Band: Eversin
Etichetta:
Genere: Thrash 
Anno:2015
Nazione:
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78

Abbiamo seguito gli Eversin fin dai loro primi passi, addirittura fin da prima che fossero da tutti conosciuti con l’attuale monicker. Abbiamo osservato, con curiosità, l’evoluzione del loro sound. Li abbiamo visti cambiare, provare, sperimentare di album in album alla ricerca della loro vera dimensione. Ora, con questo “Trinity: the Annihilation”, ci sembra di vederli porre l’ultimo mattone nella costruzione del gruppo che da sempre volevano diventare.

Con questo terzo capitolo della loro discografia, gli Eversin proseguono un discorso già iniziato in precedenza con “Tears On the Face of God”, che vede la guerra come sfondo principale per le loro composizioni. In particolare il titolo fa riferimento a Trinity, il primo test per ordigno nucleare mai fatto detonare sulla faccia della terra il 16 luglio del 1945 in Nuovo Messico, nell’ambito del Progetto Manhattan.
E, proprio come una bomba atomica, “Trinity: the Annihilation”, esplode letteralmente nello stereo, mantenendo esattamente quanto promette il titolo: annichilazione totale. Si tratta, infatti, di un concentrato di violenza e aggressività sonora come mai prima nella discografia degli Eversin e uno dei dischi più potenti e devastanti usciti negli ultimi anni. Il muro sonoro creato dalla band siciliana lascia inizialmente storditi e un po’ sorpresi, ma è solo questione di un attimo, perché subito l’ascoltatore viene catturato e rapito dai brani.
Si inizia con “Flagellum Dei”, una vera e propria mazzata in piena faccia, che ci fa subito capire come questi ragazzi non abbiano intenzione di fare sconti a nessuno. Il thrash degli Eversin risuona di eco da Slayer, Forbidden, Testament, eppure appare anche del tutto personale, un mix unico destinato a lasciare il segno.
Su “Fire Walk with Me”, in cui i sentori slayeriani si fanno leggermente più accentuati (non che questo sia un male, anzi!), ecco una delle due sorprese del disco sotto forma di guest-star: alla voce, infatti, accanto all’immarcescibile Angelo Ferrante, fa la sua comparsa James Rivera, vocalist degli Helstar. L’accoppiata è micidiale.
“Chaosborn”, che qualcuno ha avuto l’occasione di sentire in anteprima, è un altro pezzo veloce e, soprattutto, pesantissimo, dove giocano un ruolo di primo piano le distorsioni. Il brano sprigiona un’atmosfera di chiusura, di oppressione, quasi a voler far provare all’ascoltatore le sensazioni e le emozioni che si provano camminando nel paesaggio distrutto, devastato, successivo a un bombardamento.
Tocca a “We Will Prevail” alleggerire leggermente i toni, lo fa grazie a un’intro che inizia tetra, ma ben presto esplode in un riff coinvolgente e incalzante, a cui dà il suo contributo nelle parti soliste anche l’altro grande guest-musician del disco: Glen Alvelais (già chitarrista per Forbidden e Testament).
Arrivati a metà del disco dovreste ormai aver capito con cosa avrete a che fare non appena infilerete il cd nello stereo e la tentazione sarebbe quella di lasciare al lettore almeno un po’ di sorpresa. Eppure, dall’altra parte, la voglia di parlare di “Crown of Nails” è tanta, dato che si tratta, forse, del pezzo migliore in scaletta, con un lavoro delle chitarre superlativo. Una di quelle canzoni che, come ti prende, non ti lascia più andare.
Eppure è giusto anche lasciare qualcosa da scoprire, pur garantendo che si tratta sempre di canzoni di altissima qualità.

Per concludere “Trinity: the Annihilation” è il graditissimo ritorno di una band che abbiamo imparato a conoscere e apprezzare fin dalla sua nascita, ma è anche la conferma che questi ragazzi hanno qualità assolutamente invidiabili. Di album in album hanno saputo ritagliarsi sempre più uno spazio e una identità chiara e definita, il tutto senza smettere di sperimentare ed evolvere il proprio sound. Quest’ultimo disco è, indubbiamente, quanto di meglio abbiano sfornato fino a questo momento, un vero e proprio pugno nello stomaco capace di giocarsela ad armi pari con i più grandi nomi del settore. L’abbiamo già detto in passato, ma oggi più che mai ci sembra davvero il caso di ripeterci: se questi ragazzi vanno avanti così, ne vedremo davvero delle belle!

Alex “Engash-Krul” Calvi

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