Recensione: Tulesta syntynyt

“Tulesta syntynyt“, così s’intitola il secondo album in studio partorito dalla mente di Jal’zoroth, polistrumentista che dà vita alla one-man band chiamata Valontuoja. Il progetto risale soltanto all’anno scorso ma mostra un’ottima prolificità discografica, segno che le idee che frullano nella testa del mastermind finlandese sono parecchie e articolate.
Il genere, nemmeno a dirlo, è il black metal. Il flavour rimanda un po’ a quello, sempre gestito dalle one-man band, risalente ai primi anni del nuovo secolo. Xastur e compagni devono aver ben figurato, nella collezione di dischi del Nostro, poiché nel full-length si trovano elementi primordiali che si legano agli echi provenienti da mondi lontani. Echi, come onde sonore trasparenti che conducono suoni generati in un passato remoto, ove questi ultimi erano avvolti in stretti sudari di malinconica misantropia.
“Tulesta syntynyt”, a scanso di equivoci, non è plasmato con le note del depressive o, peggio, del suicidal. Invece, quasi a formare un ossimoro comunque assai gradito con la tristezza, da esso sgorgano spunti atmosferici e melodici, utili a manipolare la forma definitiva dello stile personale del personaggio di stanza in Finlandia.
Com’è ovvio che sia, benché l’Inverse Records possa in linea teorica garantire la messa sul mercato di produzioni se non buone, ottime; quella dell’LP è minimale, difficile da penetrare, complessa da ritagliare le forme dei vari strumenti musicali. Ovvio, giacché è nella natura delle ridette one-man band la volontà di esprimersi in maniera tutt’altro che chiara. Un suono troppo pulito, invero, sarebbe di contrasto all’intenzione di stordire l’ascoltatore con una sorta di pressione allucinogena tale da indurlo a penetrare i più reconditi anfratti dell’animo umano. O, anche, percorrere immaginarie foreste fitte di grandi e antiche alberature, nelle quali si nascondono misteri e storie tramandate dai vecchi di generazione in generazione.
Quel che appare in prima battuta un coacervo di accordi buttati lì a caso, sepolti da una miriade di decibel, è in realtà un indispensabile strumento invisibile per penetrare i lisergici paesaggi dipinti dal pennello di Jal’zoroth. I quali, a poco a poco, rivelano la loro univocità artistica che caratterizza in modo fermo, quasi fosse una pietra miliare, il contenuto di un’opera di questa fattura che, nel caso in ispecie, identifica un concetto legato indissolubilmente alla bellezza.
Bellezza nel black metal? Certo. Il concetto di questo aggettivo è del tutto relativo. Per gli appassionati del metal estremo e in particolare di quello nero, i canoni classici che tentano di definire una bellezza universale cadono con foglie secche in autunno. In tal senso, a parere di scrive, Jal’zoroth è un compositore di bella musica, semplicemente. Talmente bella da lasciar andare via i sogni, affinché seguano il loro cammino nello spazio e nel tempo.
Non solo, musica come dea pagana i cui caratteri somatici riconducono l’osservatore a un solo padre: Valontuoja. Metafora necessaria per spiegare che il disco ha una personalità decisa, atta a definire univocamente una foggia musicale che, seppur totalmente black metal, si rivela unica nel suo genere. Il che rappresenta il taglio di un grande traguardo, in un ambiente straricco di offerte similari.
Oltre a masticare il black a modo suo, Jal’zoroth regala ai Valontuoja delle canzoni anch’esse di spessore assoluto. “Ympyrä joka syö itseään“, il cui incedere devastato dai blast-beats è assolutamente irresistibile per via di un main-riff di chitarra travolgente. “Välikappale“, in cui esplode tutta la melodiosità che Jal’zoroth è in grado di mettere su rigo, questi abile a manovrare il basso per far lievitare ancor più il canto struggente della chitarra. “Asiat jotka on tähtiin kirjoitettu” che mutua l’orecchiabilità della song precedente, proiettandola nello Spazio infinito per via della spinta degli onnipresenti blast-beats. “Sinä vastaat teoistasi“, ideale per rendere omaggio a Quorthon grazie al movimento della chitarra ritmica e alla roca interpretazione vocale di Jal’zoroth. “Korvessa on kotini“, con un break finale da far rizzare i peli sulla schiena per il suo incredibile furore melodico. Senza dimenticare la suite finale, “Kun kaikki muu vaikenee“, ricca di delicate aperture acustiche per osservare in pace il Mare della Tranquillità lunare al fine di contrastare i furibondi attacchi ritmici condotti alla massima potenza devastatrice.
I Valontuoja, per mano del loro demiurgo Jal’zoroth, con “Tulesta syntynyt” mostrano che, se nel sangue scorre a fiumi il talento tecnico/artistico, si può sempre inventare qualcosa di nuovo, di buono, soprattutto di (quasi) mai sentito. Come s’è scritto, più su? Bellissimo!
Daniele “dani66” D’Adamo
