Recensione: Ultra Soul
A distanza di tempo dal loro esordio, i Lord Elephant tornano con “Ultra Soul”, un disco che si configura come un viaggio viscerale nei territori dell’heavy psych più profondo. Rispetto all’esordio, caratterizzato da un’irruenza più grezza, questo nuovo lavoro dei Lord Elephant punta su una maggiore consapevolezza tecnica. Il trio toscano cerca di incanalare l’energia degli inizi in strutture più articolate e d’atmosfera. L’apertura è affidata a “Electric Dunes”, un brano che sintetizza lo stile del disco alternando fraseggi blues a improvvisi crescendo ritmici di stampo psichedelico. In “Gigantia”, il trio punta su riff monolitici e un groove efficace: la band rallenta il tempo esplorando sonorità old school che sfociano con naturalezza in territori doom. Il centro del disco trova spazio in “Black River Blues”, un pezzo heavy-rock dove le chitarre, ricche di risonanze old school, dialogano con la batteria, capace di muoversi tra dinamiche quasi jazz e colpi più pesanti. Con “Astral Crypt” e “MindNight”, i Lord Elephant esplorano invece atmosfere più dilatate. Qui il basso garantisce solidità a una struttura sonora rarefatta, che dimostra una nuova maturità nella gestione dei silenzi. Proprio questa pulizia esecutiva genera un piccolo paradosso: nonostante la produzione impeccabile, “Ultra Soul” sembra a tratti perdere quella tensione elettrica e l’imprevedibilità dell’esordio. In episodi come“MindNight”, la ricerca della dilatazione sonora rischia di rendere il blues eccessivamente statico, togliendo mordente alla componente doom. La chiusura di “Leave This World with Me” recupera dinamismo, confermando le doti narrative del gruppo.
“Ultra Soul” è un lavoro ambizioso che conferma i Lord Elephant come una realtà solida del panorama heavy psych italiano. È un album coerente, che però lascia la sensazione di un potenziale non ancora espresso al massimo poichè la band sembra aver preferito la contemplazione sonora alla forza d’urto del passato.

