Copertina di Voice of Reason dei Cloudscape
Recensione Progressive · Album · 2016

Cloudscape Voice of Reason

di Roberto Gelmi 8 Gennaio 2016 - 10:00
Band
Cloudscape
Tipologia
Album
Genere
Progressive
Anno
2016
Nazione
Svezia

Giungono al traguardo del quinto studio album gli svedesi Cloudscape, dopo una carriera ventennale (dal 1992 al 2001 noti come Doctor Weird), e scelgono i primi giorni del nuovo anno per proporre un disco, Voice of reason, che ammicca a certe sonorità del self-titled (2004) e a Crimson Skies (2006), ma non splende per bellezza d’artwork: questa volta Mattias Norén (Andromeda, Ayreon, Epica, Evergrey, Kamelot) non ha colto nel segno.
L’opener attacca con cadenze dal buon groove che ricordano i Threshold, poi gli ostinati di chitarra alzano il tiro, il bridge è melodico, così il refrain. Non manca una strizzata d’occhio, o meglio, d’orecchio, a certo djent di moda; a metà il brano presenta un buon break, seguito da un assolo della 6-corde con sottofondo semiacustico. “Futuristic Psycho”, pezzo più corto in scaletta, ripropone il sound degli svedesi, un riuscito ibrido tra thrash, prog. e heavy. Bending possenti, nelle strofe, si alternano alle schiarite melodiche del ritornello. La sezione solistica si rifà ai Symphony X e Malmsteen.
Motivetto di tastiere fatata all’inizio di “Don't Close Your Eyes”, i Cloudscape basano i propri brani su semplici melodie, ma arricchite da un guitarwork massiccio e linee vocali trascinanti: anche questo è il caso, il refrain è catchy e la voce poliedrica e baritonale di Andersson resta impressa nella mente. Brano diretto il seguente “All for Metal”, che potrebbe essere tratto da un album dei connazionali Sabaton. Tra i momenti migliori del platter la coda del brano dagli echi priestiani. La titletrack, suite da undici minuti, presenta nei primi secondi i leitmotive dei primi brani in scaletta a mo’ di “Dance of eternity”. La composizione si snoda attraverso atmosfere e ritmi disparati, ma il tributo verso Devin Townsend è evidente. Da segnalare i due minuti in pianissimo tra settimo e ottavo minuto, omaggio a "The count of Tuscany” dei numi tutelari newyorkesi?
Degli ultimi tre brani, i primi due sono diretti, ma non stagliano in tracklist: “Thunders of Extreme” ha una buona parte solistica; “Needle in the eye” inizia con un intro a effetto, e si rivela un pezzo quasi power metal, con tanta doppia cassa e un’ultima parte thresholdiana. Chiude le danze la seconda breve suite, dal titolo ossimorico “In silence we scream”: primi tre minuti da ballad vera e propria, poi inizia un lungo crescendo che nei momenti finali richiama addirittura certa vena epica dei Masterplan o dei Blind Guardian anni Novanta.

Insomma, un album discreto, tutto è ben confezionato, lo stile dei Cloudscape continua coerente e tetragono a venti di cambiamento. Aspettando i sorprendenti Dream Theater e i norvegesi Circus Maximus e Pagan’s Mind, Voice of Reason è un buon palliativo per iniziare l'anno bisesto.

Roberto Gelmi (sc. Rhadamanthys)

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