Recensione: Walls of Sorrow

Di Daniele D'Adamo - 8 Gennaio 2021 - 0:00
Walls of Sorrow
Band: Infirmum
Genere: Doom 
Anno: 2020
Nazione:
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78

Gli Infirmum, in realtà, sono un progetto solista del musicista finlandese Timo Solonen, cantante e chitarrista, che si avvale di colleghi professionisti per completare il gruppo. Che, di conseguenza, come a volte erroneamente riportato, non è una one-man band bensì qualcosa di più complesso.

Il campo di azione è il doom, ma non quello classico, tantomeno quello funereo. Questo è bene evidenziarlo subito, poiché la vicinanza con il death è notevole ed è anche presente qualche spruzzatina di gothic anni novanta (‘Silence’). Anzi, a dirla tutta, seppure non sconvolgente, lo stile sviscerato dal Nostro possiede una buona dose di carattere. Un carattere deciso che lo differenza da tante altre situazioni similari.

Il che è cosa buona e giusta, poiché, quando un artista riesce a ideare qualcosa di personale, lontano cioè dai soliti cliché triti e ritriti, si parte e si viaggia sulla retta via. La personalità di “Walls of Sorrow”, debut-album, è insita nel suo concetto stesso. Una personalità che si percepisce a pelle, invece che dopo averla sezionata e poi analizzata freddamente. Si tratta di feeling, di qualcosa d’invisibile che entra nella pelle e nell’anima in maniera univoca.

La bravura di Solonen nell’aver soffiato la vita nel disco, tuttavia, fa il paio con una sensibilità di scrittura anch’essa di ottimo livello artistico. Il sound che raccoglie le canzoni da ‘To Darkness’ a ‘Trust’ è infatti pieno, corposo, ricco di emotività. La presenza della melodia, peraltro, aiuta la mente ad affondare nella malinconica marea grigia che rappresenta il terreno di azione, se così si può dire; sul quale fluttuano brani mai banali, che danno l’idea di essere stati meditati a lungo non con la forza della ragione quanto con il sentimento che nasce dal cuore.

Solonen affronta le linee vocali prevalentemente con il growling che, nonostante non sia così marcato, come più su rilevato spinge il suo doom verso il death, ovviamente senza superare la relativa linea demarcazione. Facendo così, però, il cantato assume un tono stentoreo ma sofferto, triste, come suggerisce il titolo dell’LP. Il riffing è più rapido rispetto ai mortiferi BPM tipici del genere in esame, cucendo i contorni di quella marea grigia che è la visione principale che il platter proietta sulla parte interna della scatola cranica. E, a proposito di BPM, è interessante evidenziare che in alcuni episodi il suo numero assuma dei valori rilevanti come nella già menzionata title-track ma soprattutto nella furibonda, convulsa ‘Autumn Breeze’. Si tratta di eccezioni che confermano la regola, nel senso che, nel CD, tutto si muove su slow e mid-tempo.

Una particolarità, questa, che consente alle tracce di avere ciascuna una propria identità, regalando di conseguenza a “Walls of Sorrow” una più che buona varietà e, quindi, longevità. Caleidoscopico, insomma, anche se i lampi dei piccoli frammenti di specchio sono ammantati da una melanconica fuliggine.

Fra le song, alcune emergono con forza in virtù di una perfetta coesione fra mestizia d’animo e armoniosità. Come la splendida ‘Sail Away’, da definirsi in un certo senso l’hit dell’opera. Un robusto riff portante fa da struttura per l’innesto di strofe, ponti e chorus indimenticabili, che entrano dritti nel cervello per non uscirne più. O la lenta, sinuosa, morbida e dolce ‘Fearless’. Ideale colonna sonora per affogare fra i flutti di un mare gelido e nero per non affiorare mai più, definitivamente persi nel proprio male di vivere.

Infirmum, Timo Solonen, “Walls of Sorrow”, doom. Un quartetto bene assortito, un quartetto riuscito nello sforzo di donare agli appassionati di doom (e non solo) quasi cinquanta minuti di musica cui affondare sino in fondo.

Daniele “dani66” D’Adamo

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