Recensione: Wild Frontier

Di Abbadon - 30 Ottobre 2005 - 0:00
Wild Frontier
Band: Gary Moore
Etichetta:
Genere:
Anno:1987
Nazione:
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90

Per una volta voglio partire non con la manfrina storica, ma con un dato di fatto che di solito si fa a fine rece : “Wild frontier” è un capolavoro assoluto. Non lo dico così per dire, basta sentirlo per rimanerne magicamente intrappolati. Ok flashback finito, torniamo alla manfrina.
Uscito nel 1987, in piena era “Cromo-Rock”, Wild Frontier è l’ottavo disco dell’axeman irlandese (incusi i live) degli anni 80, i suoi più rockeggianti tanto per capirci, e viene accolto molto bene dalla critica e soprattutto dal pubblico aldiquà dell’Atlantico (visto che Americani e Moore non hanno mai legato moltissimo, commercialmente parlando), con conseguente gran successo in termini di classifiche e vendite (numero 2 delle charts in Svezia, probabilmente la nazione, patria esclusa, più legata al chitarrista, poi numero 8 in Inghilterra, 12 in Nuova Zelanda, 16 in Austria). Dedicato soprattutto a Phil Lynott (come molte altre produzioni targate Gary), morto solamente un anno prima (proprio durante il periodo di composizione del platter), il prodotto fa chiaramente capire l’affetto del suo autore per la sua terra natia. Moltissimi infatti i riferimenti, sia strumentali che non, legati all’Irlanda, alle sue tradizioni e alle storie celtiche, il tutto miscelato alla perfezione con un rock forse non più ricercato e perfetto come era quello dei primi dischi degli anni ’80, ma più diretto, vivace e frizzante, destinato probabilmente a un pubblico più ampio.
Poco da dire sugli artisti presenti, tutti nomi spaventosi, dallo stesso Moore (chitarra e voce che ho sempre amato pur non reputandolo un vocalist vero e proprio), passando per Neil Carter (chitarra ritmica e tastierista indiavolato) e arrivando a Bob Daisley e al suo basso. Direte “e la batteria”? ebbene signori la batteria non c’è, o meglio non c’è alcun batterista che si accaparri i crediti del disco, bensì una drum machine usata senza strafare (per quanto riguarda il tour il batterista ci sarà eccome, tale Eric Singer che forse è poco conosciuto ma del quale basta vedere le collaborazioni per capire con chi abbiamo a che fare). Non è finita qui, visto che oltre ai 3 musicisti Wild vede la partecipazione, giusto per rimarcare lo spirito patriottico dell’album, dei Chieftain, gruppo folk autore di diverse colonne sonore e che qui contribuisce a dare quel tocco in più che farà la differenza. Per quanto riguarda le canzoni, in materia qualitativa, siamo di fronte a una sequenza di brani impressionanti, uno più bello dell’altro (sull’LP originale erano 8, per poi diventare 11 sul cd a causa di alcune versioni “alternate” e addirittura 14 nell’ultimo remaster), brani che vale la pena analizzare uno ad uno.

L’opening del platter è tutto affidato alla gigantesca “Over the Hills and far Away”, uno dei masterpieces assoluti della carriera del nostro (da molti considerata, assieme a “Out in the Fields” ed “Empty Rooms” il miglior pezzo di sempre di Moore), pezzo che ripercorre in lungo e in largo le verdi terre della madrepatria del riccioluto musicista, fino alle sue radici. Musicalmente maestosa e senza punti deboli, Over è completata da strumenti tipici quali cornamuse, violini e tamburi, che si incastrano alla perfezione in un contesto semplicemente perfetto e impossibile da descrivere più di così. Ancora Irlanda, stavolta teatro di tristi e sanguinosi conflitti, quella che infiamma la titletrack “Wild Frontier”, che originalmente doveva essere cantata (purtroppo poi la dipartita) da Phil Lynott. Anche qui non abbiano cedimenti e il brano è aggressivo, esplosivo ed energetico, con un lavoro chitarristico (miscelato a sapienti e pregevolissime keyboards) da lasciare sbigottiti. Massima stima anche per il testo, che dovrebbe lasciar riflettere a lungo. Terza e forse non agli stessi livelli, anche se comunque bellissima, arriva la vivacissima e più leggera “Take a Little Time”, dotata di un bellissimo riff introduttivo e un basso che comanda in lungo e in largo le ritmiche della track, la quale vanta anche un gran bel refrain. Spazio ora a una strumentale, ma non ad una qualunque bensì alla struggente “The Loner”. La malinconia generata di questo intermezzo è sconvolgente e la 6 corde, pur non facendo miracoli, non sembra neppure suonare quanto parlare e piangere… da stringere il cuore. Sorvolo sulla versione alternativa di “Wild Frontier”, che poco aggiunge all’originale (ci mancherebbe!) e arrivo alla classica cover, che negli album di Gary non manca mai. Trattasi questa volta di “Friday on my mind” degli Easybeats, song scanzonata e rifatta in maniera grandiosa. Sugli scudi in particolare il ritornello, da cantare a squarciagola, e un notevole lavoro di Neil Carter, in assoluto uno dei tastieriesti più scatenati in sede “live”di sempre (e chi ha visto la cassetta col concerto di Stoccolma del Wild Frontier Tour sa che intendo). Ritorno ad atmosfere più lente e cupe, ma non certo meno ricche di classe e pathos, con “Strangers in the Darkness”, lavoro se vogliamo dedicato al passato, che per nulla avrebbe sfigurato in platters distanti solo un lustro indietro. Da sottolineare le melodie di sottofondo, di spessore assoluto, così come il lavoro di basso. Un chiaro richiamo alle track iniziali è lanciato da “Thunder Rising”, dedicata anch’essa all’orgoglio celtico e alla storia della terra dei trifogli. Estremamente ricercato il testo, altrettanto energica e rendente l’idea della situazione la musica, che porta (musicalmente parlando) questa traccia ad essere molto simile a Wild Frontier, oltre che un caposaldo dei concerti di quegli anni. Un profumo di terra che fu pare pervadere l’aria durante note della malinconica “Johnny Boy”, canzone triste, delicata e di decadente nostalgia, testimonianza fatta arte dello stato d’animo di Moore in seguito alla scomparsa di quello che era il suo migliore amico, almeno nell’ambiente. La chiusura (escludendo, come prima, la versione alternativa di “Over the Hills…”) è affidata a “Crying in the Shadows”, dalla partenza lenta ed estremamente melodico-ermetica, pezzo a tratti toccante, che si distingue per un ritornello contornato di discrete backing vocals e per un magistrale solo, ideale a chiudere un disco eccezionale.

Mi spiace, forse questa recensione è stata troppo lunga e seccante, però ho voluto dare il giusto tributo a quello che non solo per me è il miglior disco (ma di poco, vista la compattezza dell’artista) in assoluto di Gary Moore, ma anche uno dei primi 7/8 dischi del genere di tutti gli anni 80, lavoro davvero imprescindibile. Che Moore sia sottovalutato almeno qui da noi? sissignori, è assolutamente così.

Riccardo “Abbadon” Mezzera

Tracklist :
1) Over The Hills And Far Away
2) Wild Frontier
3) Take A Little Time
4) The Loner
5) Wild Frontier (12″ Extended Version)
6) Friday On My Mind
7) Strangers In The Darkness
8) Thunder Rising
9) Johnny Boy
10) Over The Hills And Far Away (12″ Extended Version)
11) Crying In The Shadows
12) The Loner (12″ Extended Version) (Bonus Track remaster)
13) Friday On My Mind (12″ Extended Version) (Bonus Track remaster)
14) Out In The Fields (Live at the Apollo Theatre, Manchester, U.K. 23rd September 1985) – (Bonus Track remaster)

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