Recensione: Winterkronieken

A spezzare il dominio Nordeuropa / Stati Uniti, principali territori in cui prospera il black metal, ci pensano gli olandesi Melancholie con “Winterkronieken“, sesto album in carriera. Carriera cominciata nel 2009 dal mastermind Robbert van Rumund, giacché trattasi one man-band, e che, in questi anni, ha visto la nascita di sei full-length, compreso questo, più una nutrita schiera di compilation, split ed EP.
“Winterkronieken” in italiano significa “Cronache invernali” per cui, complice il disegno di copertina, non è difficile immaginare l’oggetto delle tematiche associate al contenuto musicale. Il che conferma ancora una volta, soprattutto quando il genere trattato è l’atmospheric black metal, il netto distacco dalle narrazioni pagane e sataniste retaggio degli act storici come Mayhem, Emperor, ecc.
Sì, perché Melancholie è un progetto del sottogenere predetto, in cui la concentrazione di van Rumund, presente in innumerevoli progetto ultra-underground sviluppatisi in Olanda, è volta sostanzialmente a creare un manufatto artistico in cui sia forte, penetrante, raggelante la sensazione di freddo in un paesaggio innevato battuto da forti e persistenti venti.
E di conseguenza, tanta, tanta tristezza, come dimostra il breve ma intenso intro strumentale al pianoforte di “Introductie“. A tal proposito, la struttura del full-lenght è composta da tre lunghe suite, inframmezzate da due corti intermezzi in modo da far riprende fiato, a chi ascolta, dalle penetranti emozioni che scaturiscono dalla musica del disco.
Come si sovviene alla tipologia artistica, le chitarre hanno un suono totalmente zanzaroso, che s’interseca alle linee del basso per formare un coagulo che tanto bene conosce chi è fan del black. Una soluzione perfetta, supportata dal vasto suono delle tastiere, per stordire e per consentire, pertanto, l’apertura mentale necessaria a percepire la trasognante musica dell’LP.
La batteria si srotola mediante su ritmi che prediligono i BPM di medio o basso valore, salvo scatenarsi in furibondi segmenti di blast-beats (“Vervlogen met de zwavelrook“), quasi a risvegliare i sensi, ottenebrati dalla potente componente atmosferica che permea il lavoro. La voce di van Rumund ha un tono disperato, allacciato a uno screaming che urla tutto il suo angosciato incanto di fronte alle meraviglie della Natura. Accanto a queste roche intonazioni, a volte, come in “Elegie“, si possono udire cori elegiaci nonché intermezzi dettati nell’avanzare dal pulsare delle clean vocals.
Molto presente, inoltre, l’ambient, che forma consistenti archi di tempo ubicati, come arcobaleni dalle tinte grige, nelle tre canzoni portanti, caratterizzandoli in maniera decisa. Come detto, van Rumund ha un solido background culturale in materia nonché una vasta conoscenza strumentistica, per cui il sound dei Melancholie è dotato di una più che buona personalità, definendo un stile piuttosto indicativo delle idee musicali del Nostro.
Così strutturato, con abbondanti inserimenti melodici, il sound che ne deriva porta a un’esperienza totalmente immersiva nella mente, producendo una potente empatia con il compositore dei Paesi Bassi, riuscendo in tal modo a costruire un ponte emotivo fra lui e gli ascoltatori. Allora, appaiono riprodotte nella scatola cranica, a mò di cinema, distese infinite di bianco lucente, di alberi piegati dal peso della neve, di corsi d’acqua ghiacciati. E poi grandi bufere che, una volta di più, ricoprono i segni distintivi della Natura.
La title-track amplifica ulteriormente siffatte immagini che, chissà, possono provenire dai sogni di van Rumund. Immagini che, però, conducono inevitabilmente a un senso assai vivido di melanconia (nome omen…), soprattutto per coloro che vivono nei paesi caldi. Melanconia per una percezione del reale il quale pare essersi fissato su un eterno biancore che tende a opprimere il cuore.
“Winterkronieken” dà origine all’effetto preposto, e cioè di raggelare le anime che vagano perdute nella bianca immensità. Robbert van Rumund e la sua creatura Melancholie riesce in questo grazie a un talento tecnico/artistico di prim’ordine che, si spera, dia vita ad altre composizioni similari.
Daniele “dani66” D’Adamo
