Recensione: Words Of Indigo

Di Vittorio Cafiero - 10 Novembre 2025 - 15:15
Words Of Indigo
Band: Novembre
Etichetta: Peaceville Records
Genere: Doom 
Anno: 2025
Nazione:
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80

Nove anni sono passati dalla precedente uscita targata Novembre e nove anni sono un’era nel mondo discografico. Eppure, non sorprende questa pausa così lunga per un gruppo che ha sempre messo al primo posto riflessione e sensazioni, davanti alla pura e semplice creazione di un prodotto da immettere sul mercato. E, appunto, i Novembre da un mercato musicale fatto di uscite continue e chilometri macinati in tour sono sempre stati relativamente lontani, affezionati al loro mondo fatto di sfumature (spesso di blu) e di emozioni dipinte su tele musicali cangianti, arabeschi ora violenti, ora sognanti, ma comunque sempre e comunque al servizio dello spirito.
Si parlava di blu…un’altra volta, dopo i “Sogni D’Azzurro” del 2002 e l’album dal titolo inequivocabile del 2007, è il colore che meglio rappresenta la tristezza a fare da fil rouge alle composizioni della band di Roma. Questa volta ci si sposta oltre e si tocca l’indaco, ossia il colore del cielo subito dopo il tramonto, prima che arrivi il buio. Immagini che solo ipoteticamente sono passate per la mente di Carmelo Orlando nella scrittura di “Words Of Indigo”, nono album all’interno di una discografia priva di passi falsi, per una band ormai storica nella scena italiana e non solo. Oramai il frontman della band – che ha perso negli anni sia Giuseppe Orlando (che sta facendo benissimo con i The Foreshadowing) che Massimiliano Pagliuso (quando uscirà il secondo album degli Oceana?) – è rimasto l’unico membro storico al timone della barca Novembre, che continua imperterrita a navigare lentamente nel mare magnum del panorama musicale internazionale.
Sun Magenta” apre l’album con l’ambizione di essere un piccolo manifesto; in sette minuti e mezzo c’è tutto quello che serve, tutto quello che qualsiasi fan dei Novembre potrebbe desiderare: malinconia, dolcezza, accelerazioni, la voce pulita di un Carmelo mai così vicina al concetto di nenia (è un complimento), stacchi sognanti e inattese sfuriate condite dal cantato in growl. Una opener che rappresenta la band in tutto e per tutto. E se “Statua” non è affatto da meno (quel verso finale in Italiano….), “Neptunian Hearts” stupisce per la sua cattiveria e ci riporta indietro di qualche decennio. Ma il gioiello è dietro l’angolo: “House Of Rain” vede il ritorno come guest vocalist di Ann-Mari Edvardsen (The 3rd And The Mortal) che, dopo aver coverizzato Kate Bush in “Cloudbusting” su “Novembrine Waltz”, torna a disegnare melodie vocali come specialissimo ospite. Nel pezzo la cantante norvegese è protagonista, seppure alternandosi ad un Carmelo mai così sognante nella sua interpretazione. Pezzo strepitoso dove le due voci armonizzate sfociano in un crescendo che lentamente abbandona la malinconia per trasformarsi in una esplosione di energia.
Tutto sembra essere al posto giusto, merito anche degli strumentisti di cui il cantante si è circondato e che lo affiancano in modo ineccepibile, riuscendo perfettamente ad incarnare lo “spirito” Novembre: davvero è difficile immaginare che non facciano parte della formazione originale (e, ripetiamolo, non è affatto facile prendere il posto dei due assenti di lusso sopra menzionati).
Lo strumentale intermezzo “Intervallo” è probabilmente un omaggio alle sequenze di panorami italiani che la Rai ai tempi trasmetteva tra un programma e l’altro ed è seguito da “Your Holocene”, pezzo scelto come primo singolo. Scelta che non stupisce, perché, pur essendo cantato completamente in pulito, è assolutamente rappresentativo dello stile dei capitolini e tutto sommato abbastanza fruibile, mentre “Chiesa Dell’Alba”, al contrario, risulta più destrutturata e ricercata, quasi frutto di un’improvvisazione e lo stesso il fade-out in chiusura dà l’impressione di un finale aperto. Voglia di sperimentare che non viene meno con l’ambizioso pezzo strumentale “Ipernotte”, che ha tutti i crismi della colonna sonora, con le sue variazioni sul tema e i suoi cambi d’umore. Abbastanza all’opposto la successiva “Post Poetic”, dove una linea vocale e melodica più solare (avallata dal verso “…But I wanna meet you in the sun”, ripetuto costantemente) tenacemente tende ad essere il tema conduttore.
Tante sono le certezze, dall’ermetismo dei testi che ben si sposa con l’originalità di scrittura di pezzi e arrangiamenti al lavoro dietro la consolle al mix e alla masterizzazione di Dan Swanö, senza dimenticare il meraviglioso artwork curato dal “solito” Travis Smith. Una serie di elementi che rappresentano la zona di confort di cui la band e forse anche noi non possiamo fare a meno…

Non c’è sostanzialmente nulla di sbagliato in “Words Of Indigo: tutto è come dovrebbe essere, come se il tempo si fosse fermato per permetterci di ritrovare il gusto e lo stile dei Novembre proprio come li ricordavamo. E se questo nuovo capitolo non fa sanguinare il cuore come “Classica”, “Novembrine Waltz” o “Materia”, forse non è la band ad essere cambiata: siamo probabilmente noi, con la nostra sensibilità ormai segnata dal tempo, a non percepire più le stesse vertigini.

Vittorio Cafiero

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