Recensione: Works Will Come Undone

Di Giuseppe Abazia - 28 Gennaio 2007 - 0:00
Works Will Come Undone
Band: Asunder
Etichetta:
Genere:
Anno: 2006
Nazione:
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70

Secondo album per gli americani Asunder, che dopo aver esordito con uno split coi Like Flies On Flesh, sono stati autori nel 2004 di un ottimo album (A Clarion Call), per poi pubblicare, un anno dopo, una traccia su uno split coi Graves At Sea. E’ curioso notare come entrambi i gruppi con cui hanno collaborato facciano sludge doom, il che potrebbe fuorviare sulla proposta degli Asunder: il genere da loro suonato infatti non è sludge, ma un death-doom abbastanza canonico, debitore ai primissimi Anathema, tuttavia leggermente influenzato dal funeral (per via di alcune sezioni più lente rispetto alla media). Se già col precedente album i 40 minuti di musica erano suddivisi in sole tre canzoni, stavolta gli Asunder riducono ancora il numero delle tracce, aumentando però il minutaggio complessivo: due tracce, la prima di 22 minuti, la seconda di ben 50 (di cui però solo i primi 23 costituiscono la canzone vera e propria, ma a questo ci arriveremo dopo). Già solo questo dovrebbe dare un indizio sulla difficile digeribilità della loro proposta, e allo stesso tempo potrebbe far sorgere qualche perplessità sull’effettiva riuscita dell’opera: non è facile comporre canzoni così lunghe riuscendo a mantenere sempre costante la qualità e senza annoiare l’ascoltatore. La domanda è: gli Asunder sono riusciti nell’impresa?

La risposta è: solo in parte, purtroppo. Come si diceva poc’anzi, comporre canzoni così lunghe richiede una certa abilità nel renderle omogenee e coerenti nello stile, e non sempre gli Asunder riescono nell’intento. Ascoltando le due tracce a volte si ha l’impressione che siano diverse canzoni più piccole unite insieme senza soluzione di continuità, e forse si sarebbe ottenuto un risultato migliore proprio suddividendo l’opera in più tracce. Questo difetto tuttavia non adombra del tutto le indubbie qualità della musica, che può vantare alcune melodie molto ispirate e malinconiche, così come anche parti pesanti e brutali molto azzeccate. Discreta anche la varietà vocale, a cui provvedono sia il chitarrista che il batterista, che varia dal pulito, al lamentoso, ad un growl molto simile a quello di Darren White (Anathema), e assolutamente degno di menzione l’utilizzo della viola, che aggiunge atmosfera e profondità al sound. Le due tracce si assomigliano sia per stile che per durata: sebbene tecnicamente la seconda traccia duri 50 minuti, dopo circa 23 minuti di canzone inizia ciò che non saprei meglio definire se non “rumore di fondo”, che sembra come se fosse stato registrato all’interno di un tunnel, e che va avanti con pochissime variazioni fino al termine della traccia; decisamente inutile, ridondante, e privo di qualsiasi interesse.

Gli Asunder, con questa seconda prova, non riescono a mantenere del tutto le promesse fatte col primo ottimo album, e realizzano un disco sì valido e pregevole, ma anche piagato da una cattiva strutturazione che impedisce alle sue potenzialità di emergere a pieno. Un’occasione in parte mancata per un gruppo che è in grado di fare molto di più, come ha dimostrato in passato.

Giuseppe Abazia

Tracklist:

1 – A Famine (22:26)
2 – Rite of Finality (50:23)

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