Recensione: World Painted Blood

Di Luca Trifilio - 11 Novembre 2009 - 0:00
World Painted Blood
Band: Slayer
Etichetta:
Genere:
Anno:2009
Nazione:
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68

E’ complicato trattare nuove uscite di band che hanno contribuito in maniera fondamentale a definire un intero filone musicale, e ci sono sostanzialmente due strade che spesso vengono percorse da chi giudica o commenta tali uscite: l’esaltazione o la critica selvaggia. Si sa, quasi sempre si è incontentabili: se il nuovo album è troppo simile ai capolavori del passato, allora si tratta di autoplagio e si critica la mancanza di idee fresche; se invece il disco contiene qualche tentativo di sperimentazione o di evoluzione del sound, allora si sono venduti, si sono commercializzati, non sono più quelli di un tempo. In entrambi i casi, insomma, la conclusione è una sola: il consiglio alla band storica di turno di andare in pensione. Ovviamente questi sono i casi estremi, sebbene siano quelli maggiormente riscontrabili, ed è esattamente quel che si vuole evitare in questa recensione. Quindi via i pregiudizi, via i paraocchi, e nei limiti del possibile via anche i confronti con l’ingombrante passato, da tenere come riferimento senza dubbio, ma che non deve inficiare ciò che è il presente.

Come ormai gli Slayer ci hanno abituato nell’ultimo decennio, la gestazione di World Painted Blood è stata abbastanza lunga. Il songwriting effettivo, in realtà, è durato molto meno del lasso di tempo trascorso dalla pubblicazione di Christ Illusion, avvenuta nell’estate 2006. Nello scorso mese di ottobre, infatti, la band aveva pronti tre brani per il nuovo disco, e si trovò a discuterne col produttore Greg Fidelman, già all’opera in passato con Metallica e Slipknot, tra gli altri. A gennaio gli Slayer furono informati dalla loro casa discografica che, qualora fossero stati intenzionati a registrare con Fidelman, sarebbero dovuti entrare immediatamente in studio. Detto fatto, i quattro si diedero due settimane di tempo per buttar giù idee e materiale per le nuove canzoni, e completarono il lavoro in studio. Lavoro che adesso è qui in mano nostra, pronto finalmente a soddisfare, deludere, esaltare o lasciare indifferenti i tanti fans che la band di Huntington Park si è guadagnata in ormai quasi trent’anni di carriera.

Decimo studio album di inediti pubblicato dagli Slayer, World Painted Blood si ritrova a raccogliere il testimone di quel Christ Illusion che, sebbene avesse inevitabilmente diviso la critica ed il giudizio del pubblico, riprendeva in buona misura gli elementi caratteristici dello Slayer-sound parzialmente trascurati in Diabolus In Musica e God Hates Us All. L’aspetto che traspare fin dal primo ascolto del disco è che i nostri vogliano, da un lato, rimanere ben ancorati a quello stile e quel modo di fare thrash che loro stessi hanno definito, mentre dall’altro vogliano spingersi un po’ più in là, sperimentando soluzioni non proprio canoniche per la loro proposta musicale. Comunque sia, ciò rende World Painted Blood un disco piuttosto variegato, all’interno del quale convivono brani tirati, in-your-face come le varie Unit 731, Snuff, Hate Worldwide, Public Display Of Dismemberment e Psychopathy Red, altri maggiormente cadenzati come Human Strain e Playing With Dolls, ed altri ancora che riescono a conciliare al loro interno entrambi gli elementi. Volendo idealmente suddividere l’album in questi tre tronconi, si potrebbe analizzare ciascuno di essi distintamente, per poi trarre le conclusioni del caso. Gli Slayer del 2009 amano ancora suonare da Slayer, si sente, eppure si nota un calo di ispirazione e di grinta proprio in quei pezzi che dovrebbero invece risultare più cattivi ed assassini. Si badi bene, però, che i nostri sono dotati di un mestiere ed di un’esperienza tali da poter camuffare qualche bega dietro una buona trovata ritmica, piuttosto che una linea vocale o ancora un riff azzeccato, ma in generale i brani più sparati, quelli per intenderci che si mantengono veloci per tutta la durata, lasciano una sensazione di relativa incompiutezza. Ci sono però delle eccezioni, come nel caso di Psychopathy Red, brano breve, incisivo, all’interno del quale si trova uno di quei riff stratosferici e irresistibili, come gli Slayer insegnano. In definitiva, tra luci e ombre, i pezzi più veloci possono essere considerati tutto sommato positivi. Note dolenti, al contrario, vengono dai brani cadenzati. Prima di scatenare reazioni indignate tra coloro che non accettano che gli Slayer possano essere apprezzati solo quando picchiano duro, è bene sottolineare che il difetto di quei brani non è tanto da ricercarsi nel difetto di velocità, quanto nella qualità intrinseca del songwriting. Nella fattispecie, esperimenti indifendibili rispondono al nome di Human Strain – episodio che ricorda la parentesi non propriamente thrash di un decennio fa – la scialba ed irritante Americon e Playing With Dolls; quest’ultima merita un discorso a parte: se è vero che l’incipit in clean vocals risulta interessante, le strofe che seguono si rivelano mal congegnate sia a livello vocale che ritmico, per tacere degli effetti di chitarra fuori luogo. Per concludere questa stramba analisi a pezzi, rimangono gli ibridi, vale a dire quei brani che contengono parti veloci e rallentamenti: è il caso della titletrack e di Beauty Through Order. La prima, annunciata con toni altisonanti da Tom Araya prima dell’uscita dell’album, dopo un’intro atmosferica si presenta con un riff che scoperchia le tombe, strofe travolgenti e un chorus che si stampa in testa; all’interno c’è spazio anche per un rallentamento massiccio, condito da una cantilena che ben si presta alla natura apocalittica delle immagini evocate dal testo. Beauty Through Order, dal canto suo, è ammantata da un alone morboso che sfocia a metà brano in un’accelerazione bruciante.

L’ascolto dell’album è caratterizzato da varie fasi: si comincia bene, benissimo e si prosegue su livelli apprezzabili fino a Public Display Of Dismemberment, ma la seconda metà del disco denota un calo precipitoso, in quanto contiene i brani meno riusciti della release; si salva soltanto la già citata Psychopathy Red. Un discorso a parte merita la produzione: risulta quasi inconcepibile che una band come gli Slayer non riesca ad ottenere una qualità sonora adeguata, sebbene i precedenti tra gruppi di egual peso si sprechino. Il suono della batteria è piuttosto grezzo, le chitarre non graffiano come avrebbero potuto e dovuto ed è un peccato, perchè una produzione all’altezza avrebbe per lo meno garantito un impatto più efficace ai brani killer. La prestazione vocale di Tom Araya è quella a cui ormai si è abituati: urla fameliche e aggressività da vendere, pur senza raggiungere lo standart degli anni d’oro.

Come al solito, e com’è giusto che sia, in questi giorni e nei mesi a venire si discuterà ampiamente del disco e i confronti si sprecheranno, sia con i dischi passati della band, sia con le uscite contemporanee in ambito thrash. Tuttavia, nonostante il confronto dialettico faccia parte dei giochi per l’appassionato di musica, è preferibile giudicare un’opera nella sua unicità, non lasciandosi influenzare da tutta una serie di contorni. World Painted Blood non è un disco di grande livello, non segnerà un’epoca e non sarà inserito nell’elenco dei migliori album degli Slayer. Probabilmente è anche inferiore al suo predecessore, col quale però condivide alcune caratteristiche stilistiche. Cosa rimarrà, dunque? Sicuramente la titletrack, che ha conquistato le legioni di fans durante i recenti concerti della band, diventando già un classico dal vivo, qualche trovata interessante e una manciata di brani capaci di scatenare l’headbanging. Non tantissimo, insomma, ma quel che è certo è che non si tratta di un lavoro scandaloso o scadente al punto da meritare una stroncatura senza se e senza ma. Anzi, la sensazione è che possa regalare divertimento, il che è già qualcosa dopo una carriera così lunga.

Luca ‘Nattefrost’ Trifilio

Tracklist:
1.World Painted Blood
2.Unit 731
3.Snuff
4.Beauty Through Order
5.Hate Worldwide
6.Public Display Of Dismemberment
7.Human Strain
8.Americon
9.Psychopathy Red
10.Playing With Dolls
11.Not Of This God

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