La linea di confine tra coerenza artistica e staticità creativa, oltre a essere molto sottile, è situata su un ripido versante, con la prima rivolta a monte e la seconda a valle. Le linee che demarcano i due territori, del resto, non sono mai ben definite e variano spesso in base ai gusti individuali. Può capitare quindi che, senza nemmeno accorgersene, ci si ritrovi in un attimo a superare questa soglia e a finire nel baratro della mancanza di idee.
Gli StormHammer fanno parte di quei gruppi che da sempre fanno gli equilibristi su questo pericoloso pendio, scivolando qualche volta nella parte sbagliata. E quando si è rotolati giù, tornare a salire è sempre un lavoraccio.
Nonostante questo, la formazione bavarese si è dimostrata caparbia, resistendo su questo confine per ventisei anni: pur non essendo mai riusciti a fare il vero botto, hanno saputo comunque mantenersi in carreggiata. Una cosa non scontata, specie quando ci si trova a muoversi nell'ambito del power metal europeo, che già di per sé tende a offrire pochi sbocchi, senza contare l'agguerrita e numerosa concorrenza contro cui bisogna sgomitare per emergere.
Anche con il nuovo lavoro "Wrath of the Hammer", gli StormHammer continuano su questa strada, confezionando un power metal ordinario con sporadiche influenze sinfoniche, dove confermano ancora di non volersi allontanare troppo dal loro territorio abituale.
Dopo un intro in stile cinematografico, il disco non sembra proprio partire nel migliore dei modi, propinando un'accoppiata di brani abbastanza anonima. Tenendo conto dell'importanza che i pezzi di apertura hanno nel favorire il decollo di un album, "Wrath Of The Hammer" e "Ashes Of The Throne" si rivelano inadatti allo scopo, scivolando via in modo decisamente incolore.
Le cose, però, migliorano proseguendo nell'ascolto, con gli StormHammer che riescono a recuperare qualche punto piazzando alcune canzoni meglio riuscite. "Wheels Of Eternity" offre un paio di buone idee e si lascia ascoltare volentieri, così come "Shattered Dominion", un power melodico con un tocco di epicità.
Nel complesso, però, il disco continua a procedere in modo altalenante, non evidenziando particolari cadute verticali ma nemmeno grandi ambizioni. Persino negli episodi più riusciti ci si mantiene sempre entro determinati parametri, senza tentare un balzo più ardito in avanti. Nemmeno la produzione aiuta granché, con suoni che paiono deboli e annacquati, che tendono a disperdere quel mordente necessario a conferire maggior coriaceità al lavoro finito.
"Veil Of Fire" e "Scars Of The Abyss" scorrono in maniera abbastanza uniforme: fanno il loro dovere in modo dignitoso, ma una volta finite difficilmente qualcuno sentirà il bisogno di riascoltarle da capo. Le cose vanno meglio con "Guardians Of The Night", una ballata un po' manierista ma che riesce comunque a raggiungere il suo obiettivo.
"Light In The Dark", pur non brillando in modo particolare, riesce a cavarsela grazie a un paio di buoni spunti. In questo caso, poi, gli StormHammer giocano d'astuzia impreziosendo la traccia con la presenza di due ospiti d'eccezione come Ralf Scheepers dei Primal Fear e Chris Boltendahl dei Grave Digger.
Il vero picco del disco probabilmente viene raggiunto con "The Dune", un brano impostato sulla velocità con qualche punta di neoclassico, che però coincide con la conclusione dell'album.
"Wrath of the Hammer" è un prodotto coerente con la storia degli StormHammer, che si piazza in una posizione tutto sommato discreta all'interno della loro discografia, ma perde terreno nel confronto con una scena internazionale sempre in competizione.
Un lavoro che potrebbe incontrare i favori dei fan della band o degli amanti di quel power che si muove sui sentieri tradizionali senza ambire a particolari traguardi. Ma anche in questo caso, al massimo potrà regalare qualche buon ascolto, ma difficilmente riuscirà a farsi ricordare fra gli highlights di quest’anno.