Recensione: Youniverse

Di Luca Recordati - 6 Novembre 2014 - 17:55
Youniverse
Band: Sawthis
Etichetta:
Genere: Thrash 
Anno: 2013
Nazione:
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72

Piattezza sembra essere il giusto aggettivo per descrivere “Youniverse”, ultima fatica degli abruzzesi Sawthis. Termine non usato questa volta con accezione negativa, che vuole descrivere l’assenza di emozioni che appunto lo rendono “piatto”, asettico.

I ragazzi mostrano una discreta tecnica, cosa che oramai buona parte dei giovani gruppi ha oggigiorno, ma quello che manca sono canzoni capaci di trascinare l’ascoltatore fino al termine dei circa 40 minuti regalando emozioni più marcate, nel bene o nel male. Balza subito all’orecchio quindi l’uso troppo marcato della citazione palese che porta i nostri ad assomigliare talvolta ai Linkin Park o tal’altra agli In Flames, per non parlare dell’uso di caratteristiche metalcore. Ciò comunque non deve essere letto come negativo in toto, perché comunque si percepisce che i nostri hanno saputo cogliere il meglio dalle influenze, ma bisogna andare in qualche modo oltre il compitino per emergere, o almeno farsi vedere in un mercato saturo di proposte “medie”, ed è qui che i nostri cadono. Rispetto comunque agli album precedenti la maturazione c’è stata, ma non basta una crescita fine a se stessa per dire che i nostri hanno compiuto la giusta evoluzione, semmai ci vuole l’evoluzione con la giusta dose di creatività mista a sensazioni che, come detto, qui mancano. In termini assoluti, la crescita dal punto di vista tecnico, infatti, non basta quasi mai a compensare eventuali lacune in chiave compositiva.

Tutto ciò è un peccato perché qualche brano mostra la luce oltre la nebbiolina. “The Indeleble” pesca saggiamente dal bagagliaio di tutte le band death melodiche e la conclusiva “The Walking” colpisce per l’ottimo riffing, soprattutto quello melodico centrale, anche se alcune parti vocali ricordano troppo i Linkin Park. Non male anche l’inflamesiana “The Crowded Room”, che si apre subito con un mini intro di pochi secondi, di stampo quasi industrial, per poi virare verso lidi melodici; quello che colpisce è il saggio uso delle citazioni: senza voler strafare. Volendo anche “The Voice Falls Over Me” usa la citazione, sempre dei Linkin Park, ma qui si sente fin troppo la voglia di “copiare”. Le altre purtroppo hanno alcune buone cose, spesso i riff melodici che si scontrano con le parti vocali potenti, ma non sono sempre graffianti. Sentite l’assolo centrale di “The Impure Souls” o tutta la parte chitarristica di “The Switch”, per esempio. “The Logical Colors” invece, parte alla grande con un bel riff, poi si perde nel mezzo con vocals banali e scontate, anche se quel mini passaggio in doppia cassa risolleva un po’ il tutto. Per arrivare poi verso la fine con un bel riff, che si accompagna perfettamente alla voce melodica, sempre alla In Flames. Unico vero neo di tutto l’album è “The Waking Up”, che francamente avrebbero potuto scartare.

In conclusione quest’album è un miglioramento dei precedenti lavori e per questo i Nostri italiani vanno lodati, ma ciò non basta veramente per lasciare veramente il segno ed emergere dalla massa. Capisco il fatto che trasmettere le proprie emozioni non sia nelle intenzioni del gruppo, che invece pone la “freddezza” della modernità al centro del proprio essere e delle proprie composizioni, ma potrebbe essere la chiave di volta per fare il definitivo salto di qualità. 

 

Luca Recordati

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