Recensione: Zeit

Di Alessandro Marrone - 6 Maggio 2022 - 8:00
Zeit
Band: Rammstein
Genere: Industrial 
Anno: 2022
Nazione:
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71

La precedente attesa è costata ai fan affezionati ben 10 anni, ecco perché non ci saremmo certo aspettati un nuovo album dei Rammstein dopo appena 3 anni dal precedente e omonimo capitolo. Siamo al numero otto, un numero che non strilla abbastanza per una band che è attiva da quasi trent’anni e che non ha mai avuto un cambio nella propria line-up, il che rende ancora più intensa e speciale la situazione in questione. L’alchimia stretta tra i sei musicisti ha infatti portato avanti quanto introdotto nel 1995 con Herzeleid, insistendo sia per quanto riguarda il cantato in lingua tedesca, che per uno stile industrial tutto loro, quadrato, marziale ed esaltato da un’immagine che sembra trascendere dal palcoscenico, luogo in cui è possibile assimilare appieno l’esperienza di un gruppo che – piaccia oppure no – ha cementato il proprio nome tra quelli dei grandi artisti rock.

Si intitola Zeit (Tempo) e non è certo un titolo scelto a caso, perfetto specchio di un periodo nel quale sembra di vivere tutti sulla lama di un rasoio, perennemente in bilico tra i demoni della vita e quelli che si celano nel profondo del nostro animo. Se la forma-canzone tipicamente Rammstein si mantiene fedele a se stessa e anzi propende verso un’attitudine marchiata Mutter e Rosenrot, uno dei tratti distintivi del sestetto tedesco è proprio quello di far sembrare tutto più semplice di quanto in realtà sia. A partire proprio dalla perfetta funzionalità dei brani – brevi e incisivi sin dal primo ascolto – passando per lyrics che meritano davvero di essere approfondite, non solo per essere comprese da chi non mastica la lingua tedesca come accade invece per il più tradizionale idioma inglese, ma anche per permettere al vigore prodotto dal muro di suono di colpire all’unisono, nei timpani quanto nell’animo.

Zeit è un lavoro che colpisce allo stomaco, ma che mette anche in risalto un’ancora più evidenziata padronanza nel gestire un lavoro che necessita di discostarsi da quanto fatto sino ad ora. Se nel disco precedente venivamo infatti assaliti dall’epica violenza di Deutschland, l’opener Armee de Tristen gioca su una ritmica più soporifera, mettendo in risalto la voce di Till perfettamente sorretta dal tappeto tastieristico del Doktor C. Lorenz. Segue la title-track – Zeit – quasi delicata nel suo crescendo malinconico e abile nel tenere alta l’attenzione, pur rinunciando ai tipici canoni stilistici che ci saremmo aspettati, soprattutto nei pezzi d’attacco del disco. L’album è pregno di un alone quasi soprannaturale, di una sorta di desolazione che forzatamente mantiene le ritmiche su velocità ridotte, consentendo alle chitarre di concentrarsi su pennate cadenzate e con una sezione ritmica che guida l’ascoltatore nel monocromatico smarrimento di un mondo decadente, dove i ritornelli orecchiabili che ci saremmo aspettati sembrano lasciare spazio a un lavoro più intellettuale, ricercato e dove le fiamme del proprio passato lasciano spazio alla cenere.

Dopo l’altrettanto cupa Schwarz, il synth del “Dottore” spezza il silenzio e aumenta il ritmo. Giftig ha il merito di fungere da ponte e mantenere l’alone di oscura incertezza che ormai rappresenta l’ottavo lavoro dei Rammstein, pur reintroducendo un più marcato fattore melodico, questo anche grazie ad un bpm più sostenuto rispetto a quanto ascoltato sinora, mentre Zick Zack è più fedele al passato della band, ruotando attorno a un ritornello che ti entra in testa e che senza dubbio rappresenta uno degli episodi più orecchiabili dell’intero disco. Lo stesso dicasi per OK, forse meno peculiare e probabilmente molto meno tormentata rispetto a quanto ascoltato fin qui.

Meine Tränen (Le mie lacrime) trasuda la rassegnata paura di una fine che avanza pian piano a causa di una quotidianità segnata dall’incapacità di crearsi una propria vita, mentre Angst (Angoscia) racconta il tormento dell’uomo nero, senza dubbio uno degli highlights, perlomeno secondo parere personale. Dicke Titten (Grandi tette) ricorda che dietro all’immagine cruda dei Rammstein c’è anche tanta voglia di trasgredire qualsiasi schema, mostrando – qualora ce ne fosse mai stato bisogno – che non suoneranno mai qualcosa che non rispecchi la più intima intenzione interiore. E del resto, è proprio questo tipo di libertà, uno dei valori assoluti che rende i veri artisti una figura quasi intangibile, sfuggente e che nella difficoltà di catalogarli affiancano l’immancabile brano provocatorio a quello – Lügen – più tormentato e triste, quasi abbandonato e senza speranza. Un piccolo capolavoro di 3:49 minuti, che – qualora avessimo ancora avuto qualche incertezza – ci permette di valutare l’intero disco sotto tutta un’altra ottica. I giochi si chiudono con la conclusiva Adieu, il rassegnato commiato che ci farà compagnia sino alla prossima volta, la prossima canzone, il prossimo capitolo di una discografia che per onor di cronaca non ha mai deluso.

 

“Adieu, goodbye, arrivederci

La tua ultima strada la devi percorrere da solo

Un’ultima canzone, un ultimo bacio

Non ci sarà alcun miracolo

Adieu, goodbye, arrivederci

Il tempo passato con te è stato bello“

 

Manco a dirlo, la produzione è ancora una volta uno dei tanti punti di forza che accompagnano un lavoro marchiato Rammstein. Ogni singolo strumento si incastra perfettamente con la ruvidità del riffing e del cantato in tedesco, elevando il valore atmosferico nei brani più lenti grazie ad un notevole lavoro del goliardico Christian Lorenz e confermando quanto il resto della band sappia quando serve entrare in scena e quando lasciare che i brani vivano anche di silenzi, attese e ripartenze. Zeit non è certamente il disco migliore della band, ma sfido a trovare un gruppo o artista di qualsiasi genere che dopo trent’anni di carriera non abbia già oltrepassato lo spartiacque rappresentato dal proprio capolavoro. Si tratta di mantenere la propria identità, di evolvere, rischiando per farlo e magari non piacendo a chi ha adorato album come Mutter e Sehnsucht e gridato al miracolo quando tre anni fa Rammstein (il disco) ha confermato che il successo ottenuto dal sestetto è ben più che meritato. Zeit non è perfetto, eppure ha molto da dire, proprio perché lo fa in maniera differente rispetto al solito, mostrando il lato più oscuro di Till e compagni, pur inserendo qualche formula tanto cara a chi cerca il ritornello da canticchiare dal mattino alla sera. Adieu, goodbye, auf Wiedersehen.

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