Intervista Killswitch Engage (Jesse Leach)

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Intervista Killswitch Engage (Jesse Leach)

Intervista a cura di Davide Sciaky

Ciao Jesse, come va?

Tutto bene, grazie.

Cominciamo parlando del vostro nuovo album, “Atonement”. Prima di tutto, cosa significa il titolo? Per cosa state facendo espiazione (atonement significa espiazione in inglese N.D.R.)?

Il titolo, “Atonement”, ha una sorta di doppio significato.
Penso che prima di tutto significa ritenere la gente responsabile delle proprie azioni, cose come redenzione, vendetta, rabbia cupa ma giusta, e dall’altro lato riguarda l’espiazione di sé stessi, ritenere sé stessi responsabili, migliorarsi, cercare di lottare contro un passato cupo e trovare una nuova luce, una nuova speranza.
Volevo che il titolo fosse ambiguo, volevo che la gente potesse sentire qualcosa e farsi le proprie idee, e penso che la parola “Atonement” sia abbastanza ambigua per far si che la gente possa interpretarla a proprio modo, ma anche penso che sia un titolo abbastanza forte da funzionare da solo.

Questo è il terzo album con i Killswitch Engage da quando sei tornato nella band: hai trovato un tuo equilibrio, una routine con il processo di scrittura delle canzoni, o cambia ogni volta?

E’ qualcosa in continua evoluzione: questa volta c’è stato un momento dove mi sono trovato in difficoltà a guardare al di là di quello che facevo io, ma ho avuto una chiacchierata interessante con Adam che ha prodotto anche quest’album e mi ha detto, “Devi iniziare a condividere le tue idee prima che siano complete”, perché in passato registravo le demo da solo, aspettavo di essere sicuro che tutto fosse esattamente come lo volevo e poi le presentavo alla band.
Questa volta non ero molto fiducioso in me stesso per qualche motivo, c’erano un paio di canzoni che cercavo di aggiustare ed in realtà erano già pronte, quindi da quel momento ho cominciato a condividere con Adam e lui mi ha aiutato a dare il meglio e a realizzare che non dovevo lavorare così duramente, mi stavo davvero punendo.
Quindi questo è il primo album dove ho messo da parte l’orgoglio e ho cominciato a condividere idee incomplete ed è stata una benedizione perché alcune delle canzoni migliori del disco sono uscite da questo processo.

Quanto ci avete messo a scrivere le canzoni?

Non so, direi un anno, forse anche un po’ di più perché ci sono state molte date e poi una pausa di due mesi e mezzo per la mia operazione alla voce.
In quel periodo non ho scritto niente perché ero depresso ed in uno stato negativo mentalmente, quindi direi che ci abbiamo messo circa un anno, forse un po’ di più.

Di cosa parlano i testi?

I testi parlano di un sacco di cose, amico.
Parlano di attualità, di xenofobia, di razzismo, di classismo, della corruzione delle religioni organizzate, di redenzione, di problemi mentali, di suicidio, trattano davvero molte cose.
Mi sono impegnato molto per renderlo un disco molto vario per, spero, dare a tutti qualcosa con questo album.
Oscilla tra la mia prospettiva personale ed una prospettiva più generale, e spero che questo dia alla gente la possibilità di farsi una propria idea sul tema delle canzoni.
Faccio del mio meglio per intrecciare diversi significati nelle canzoni perché trovo sia una forma d’arte più potente se la gente può trovarci il proprio significato.
Il significato di una canzone per me può essere diverso da quello di un’altra persona, e penso che una volta che una canzone è completa è così che dev’essere, non è più la tua canzone, è dell’ascoltatore.

L’anno scorso avete suonato di supporto agli Iron Maiden per varie date del tour Legacy of the Beast. La vostra musica è piuttosto diversa da quella dei Maiden, quindi immagino che i fan di una band possano non essere fan dell’altra: è stato difficile conquistare il pubblico durante questi concerti?

Ci sono state decisamente delle serate in cui abbiamo dovuto lavorarci, ma sono orgoglioso di dire che nel, direi, 98% dei concerti abbiamo conquistato il pubblico entro la fine dello show. Se non era musica per loro, almeno hanno apprezzato la cover di Dio alla fine [ride].
Devi giocare sulle forze perché ogni sera c’era gente davanti che aveva pagato un biglietto più caro per essere lì, l’unica cosa che vogliono è vedere i Maiden e noi siamo in mezzo tra loro e quello che sono venuti a vedere, quindi devi combattere quell’energia, usare quell’energia e penso che siamo riusciti a conquistare molti del pubblico. Anche se non sono usciti dal concerto come nostri fan almeno siamo riusciti ad intrattenerli per i 45 minuti che avevamo a disposizione.

Pensi che andate in tour con una band così grossa vi abbia permesso di crescere come musicisti?

Sicuramente, sicuramente!
Guardare Bruce Dickinson, quello che fa con facilità ogni notte per due ore e mezza, quasi tre, mi ha sconvolto, in particolare essendo uscito da poco da un’operazione alla voce.
Vedergli cantare così bene quelle canzoni e correre sul palco come un matto alla sua età mi ha dato speranza e mi ha fatto capire quanto ancora io abbia da imparare come cantante e come frontman.
Dopo aver finito quel tour ho lavorato molto per migliorarmi e questo è decisamente dovuto agli Iron Maiden, quei ragazzi sono i re del loro mestiere.

Pensi che i vostri show siano cambiati dopo quel tour?

L’unica cosa che direi che è cambiata è che, la nostra energia è sempre al massimo ogni sera, ma penso che forse abbiamo aggiunto più luci e abbiamo cercato di rendere lo show più interessante dal punto di vista visivo. Allo stesso tempo siamo una band che non vuole usare troppo elementi aggiuntivi nei nostri show, preferiamo rimanere “grezzi” e mettere su un semplice show Rock.
Quindi, sì, abbiamo solo aggiunto un po’ di luci e io cerco di avere una presenza un po’ più grossa, di avere un po’ più di potenza sul palco e questo è solo grazie agli Iron Maiden.

Prima hai nominato l’operazione alla voce che hai subito, quanto è passato prima che potessi tornare a cantare?

Tra l’operazione ed il primo concerto con gli Iron Maiden sono passate quattro settimane e tre giorni, quindi è stato molto intenso.
Prima l’operazione chiedendomi quando e se sarei stato in grado di cantare ancora, i dottori dicevano che entro tre settimane avrei dovuto poter ricominciare a parlare, e questo mi avrebbe dato una sola settimana per essere pronto.
C’era molta pressione ma fortunatamente ce l’ho fatta ed il primo concerto con gli Iron Maiden è andato bene, ma il percorso per arrivare lì non è stato facile perché non sapevo neanche se sarei stato in grado di cantare di nuovo, il dottore stesso mi disse che non mi poteva promettere niente.
Fortunatamente è andato tutto bene e sto cantando e urlando meglio di quanto abbia fatto in tutta la mia carriera, quindi nonostante tutto è stata una benedizione.

Hai preso lezioni di canto dopo l’operazione per rimetterti in sesto?

Sì, sono stato seguito tutti i giorni da Melissa Cross, è famosa per il suo corso “The Zen of Screaming”, ma conosce anche l’opera, la logoterapia, quindi è stata con me per ogni passo ad insegnarmi di nuovo come parlare bene – ora parlo in modo diverso da come facevo prima dell’operazione – e siamo passati dal parlare, al cantare, all’urlare e sono stato con lei quasi ogni giorno finché non siamo partiti per il tour.

Hai mai preso lezioni prima dell’operazione?

Sì, ho lavorato sempre con Melissa Cross per, quanto, 15-20 anni ma è strano, non l’ho mai capita fino in fondo finché non ho perso completamente la voce e ho dovuto ricominciare da capo.
I suoi insegnamenti mi hanno sempre aiutato, ma è stato radicalmente diverso dopo l’operazione e penso che parte di questo sia perché ho dovuto reimparare a parlare correttamente e, una volta fatto quello, sei già sulla buona strada per cantare meglio.

I Killswitch Engage sono definiti dei pionieri del Metalcore. Personalmente non sono un grande fan del Metalcore, ma mi piace molto la vostra musica e penso che non abbia poi così tanto a spartire con quello che è definito Metalcore oggi.

Grazie, grazie!
Non capisco quel termine, non lo comprendo, è qualcosa che viene usato da così tanto tempo ma io non ci vedo come Metalcore: ci sono band che vengono definite Metalcore e non c’entrano niente con noi!
Ci possono essere elementi in comune nel cantato “core”, ma io sto con te, neanch’io sono un fan del Metalcore, io sono un amante del Death Metal old school, dell’hardcore.
E’ certamente bello essere considerati i pionieri di qualcosa, ma nessuno di noi si ritrova davvero in quel titolo o capisce davvero cosa sia il Metalcore.
Mi fa ridere, è una parola che qualcuno si è inventato e sarei contento se non venisse accostata a noi, ma è quello che è e sono comunque onorato di essere considerato il pioniere di qualcosa.

Già, volevo vedere se eri d’accordo con me, ma vedo che la pensiamo allo stesso modo.

Sì, che cazzo è il Metalcore?

Parlando di qualcosa di più personale, sei sempre stato molto aperto e hai parlato molto di disturbi mentali. So che è una domanda molto ampia, ma cosa pensi si possa fare di più o meglio per migliorare la situazione, per aiutare chi combatte con questi problemi?

Penso ci siano un po’ di cose che si possono fare, prima di tutto si debba continuare a parlarne, normalizzare il fatto che i disturbi mentali sono molto diffusi, soprattutto nell’industria musicale e creativa in generale; il modo in cui funziona un cervello creativo lo rende più sensibile ai problemi mentali.
Bisogna parlarne in modo che la gente non si senta alienata, non si senta sola e non si vergogni di parlarne e di dire che c’è qualcosa che non va.
Un’altra cosa molto importante è che non si demonizzi che ne è affetto perché non è un modo di fare, è una malattia, è un disturbo, non si può dire, “Oh tirati su, piantala di fare così”, non funziona così e la gente non lo capirà finché l’esistenza di questi disturbi non sarà normalizzata.
Poi penso che qualcosa che abbiamo sbagliato come società intera è il nostro essere disconnessi: per quanto siamo estremamente connessi tramite internet, cellulari e computer è tutto ridotto a 1 e 0, a sms e email, e non sentiamo più il tono della voce, il linguaggio del corpo, gli occhi od il tocco di qualcuno mentre parliamo. Penso che dovremmo stare attenti a parlare di persona, in particolare di cose importanti, non dovremmo parlarne per sms, per email, cazzo a volte non dovrebbero essere nemmeno per telefono. Penso che dovremmo essere più attenti a come trattiamo l’un l’altro, dovremmo essere più compassionevoli, più attenti ai sentimenti degli altri perché quella connessione è quello che può effettivamente salvare le persone.
La disconnessione, la solitudine, la disperazione che ha luogo quando non ti senti amato, non ti senti compreso, quando ti senti solo spesso viene quando vivi la tua voce tramite parole su uno schermo.
Penso che in questo siamo andati decisamente nella direzione sbagliata.

Il tuo campo, la musica, non è un’eccezione e molti sono affetti da questi disturbi e purtroppo molti sono arrivati a togliersi la vita: negli ultimi anni vengono in mente Keith Flint, Chester Bennington e Chris Cornell. Non ho potuto fare a meno di pensare che le critiche costanti che ricevono i personaggi pubblici possono esercitare una forte pressione e magari avere anche un ruolo in questi eventi tragici. Pensi che possa essere così, e che magari i social media che oggi danno una voce a tutti possano aver addirittura peggiorato la situazione?

Sì, lo penso, ma penso che sia anche una questione di avere cura di sé stessi.
Io ho dovuto fare lo sforzo di allontanarmi da tutti i social media, uso solo Instagram e faccio attenzione a non passarci troppo tempo.
Leggere i commenti della gente fa solo male alla salute, che la gente ti faccia complimenti o critiche non dovrebbe aggiungere niente a chi sei, dovresti essere in grado di esistere nel tuo spazio mentale con sicurezza. Un performer vuole sapere che sta influenzando la vita di chi lo ascolta, ma io cerco di farlo tramite gli show dal vivo e non tramite i social media.
La pressione decisamente può schiacciarti, è una cosa di cui penso in pochi si sentano a proprio agio a parlarne perché come musicista hai il privilegio di fare quello che vuoi e nessuno vuole sentire lamentele da uno che fa il “lavoro dei sogni”: se provo a lamentarmi di qualcosa su internet mi rispondono subito, “Ma di cosa ti lamenti? Hai già il lavoro dei sogni, hai questo, hai quello…” e penso che questo sia molto pericoloso perché non puoi aspettarti che la gente sia a prova di proiettile, che non sia affetta dalle tue parole e che non abbia problemi solo perché sta vivendo il proprio sogno.
La fama, la notorietà ed il venir riconosciuti quando si va in giro sono cose che ti possono davvero influenzare, è diverso per tutti, bisogna imparare a gestirle, ma alcuni non sono in grado di farlo.
Alcuni non riescono a gestire il fatto di venire riconosciuti per strada, che la gente si aspetta cose da loro e questo è difficile.
Ci sono giorni in cui non voglio parlare con nessuno, ci sono giorni in cui non voglio neanche andare sul palco ma è parte del mio lavoro e ci vuole una certa forza mentale per spingere contro queste difficoltà e dare quello che non hai, a volte.
Io scendo dal palco completamente vuoto, completamente esausto e qualcuno può dirmi qualcosa che mi turba profondamente perché in quel momento sono vulnerabile: essere un performer ti rende vulnerabile perché ricevi energia, ma anche dai energia.
Quindi tutte queste cose penso abbiano un ruolo nei disturbi mentali, nella depressione, nell’ansia ma, di nuovo, si tratta di parlarne, di chiedere aiuto, di fare terapia, e dell’ammettere a sé stessi e agli altri che non si sta bene.

Tornando alla musica, avete già provato nuove canzoni, avete già idea di quante ne suonerete dal vivo?

Al momento non abbiamo provato niente, ma abbiamo le prove tra pochi giorni e sicuramente proveremo ‘Unleashed’, ‘I’m Broken Too’, e qualcun’altra.
Al momento di sicuro suoneremo ‘Unleashed’ nel prossimo tour, e più avanti ‘I’m Broken Too’, ma questo è quanto per ora.
In generale proviamo molto poco perché siamo spesso in tour, ma non vedo l’ora di provare con i ragazzi per suonare questi nuovi pezzi perché lo faccio già da solo in macchina, guido cantando queste canzoni per prepararmi al tour.

Questa era la mia ultima domanda, ti ringrazio per la tua disponibilità e se hai un messaggio per i lettori di TrueMetal questo è il momento.

Grazie mille per aver supportato questa band per 20 anni, siamo tutti davvero grati e non lo diamo per scontato.
Poi vorrei dire che il dono più importante che abbiamo come esseri umani è l’amore e la compassione, in questi tempi e nel mondo di oggi ne abbiamo molto bisogno quindi vi chiedo di lasciare da parte le differenze, non covate odio nel vostro cuore, cercate di vivere una vita compassionevole e di amare i vostri fratelli e sorelle.

Grazie, è stato un piacere parlare con te.

E con te, buona giornata!