Recensione: A Head Full Of Moonlight [Reissue]

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Il nome Good Tiger probabilmente ai più non dirà granché, ma è sufficiente dare un’occhiata alle info sulla pagina Facebook ufficiale della band per capire che non si tratta di un gruppetto di ragazzini alle prime armi quanto piuttosto di una sorta di “nazionale djent britannica” composta da nomi già visti (e sentiti) all’opera con altri gruppi di una certa rilevanza.

La coppia d’asce è infatti composta dagli ex The Safety Fire Derya Nagle e Joaquin Ardiles, qui meno “estremi” rispetto al precedente progetto ma non per questo limitati in alcun modo, mentre per quanto riguarda la sezione ritmica sono l’ex The Faceless Alex Rudinger e il bassista tournista degli Architects Morgan Sinclair a completare i il quadro.

E la voce? Beh, diciamo che se con un poker di strumentisti di questo livello e di quest’inventiva le premesse erano già foriere di una certa hype, la presenza dell’ex TesseracT Elliott Coleman al microfono ha di fatto rappresentato la classica ciliegina sulla torta. L’ugola di Coleman, dal timbro tagliente e assolutamente peculiare, può in effetti essere di diritto inserita nel novero delle più belle e caratteristiche (per quanto incredibilmente ancora sottovalutate) dell’intera scena ed è proprio grazie al suo decisivo contributo che le già brillanti canzoni costituenti il debut album dei Good Tiger acquisiscono la proverbiale marcia in più.

“A Head Full Of Moonlight” si compone di undici brani genericamente riconducibili al filone del prog/djent metal di ultima generazione seppur singolarmente caratterizzati in percentuali differenti da elementi riconducibili al mathcore (“Snake Oil”, “Enjoy The Rain”), al soul/hard blues (come nel caso della splendida “Aspirations”, animata dai sospiri e gemiti quasi Plant-iani di Coleman) fino al pop più stralunato (“Latchey Kids”). Mille e più influenze che benissimo si amalgano in un tessuto ritmico e chitarristico cangiante ma mai troppo schizoide o frenetico, sufficientemente ricercato da potersi guadagnare l’apprezzamento dei progster di tutte le età senza tuttavia dare la sensazione di esagerare in alcun modo con un estremismo sonoro che avrebbe finito in questo caso per risultare fuori contesto.

Il finale d’album non manca peraltro di stupire, contrapponendo la solare e movimentata “All Her Own Teeth” alla favolosa “Understanding Silence”, ben più che una semplice ballad nella quale Coleman riveste  il ruolo di protagonista assoluto, per poi chiudere in bellezza con “’67 Pontiac Firebird”: forse il brano più violento ed estroso in scaletta, ulteriormente valorizzato da un finale di marca jazz.

Che dire? I ragazzi hanno talento e queste nove tracce (esattamente come ai tempi di “Mouth Of Swords” dei The Safety Fire o dell’EP “Perspective” dei TesseracT) non fanno altro che ribadirlo. Trentaquattro minuti di musica di alto profilo, composta da musicisti di livello assoluto e di grande personalità: se ancora non avete avuto occasione di dar loro un ascolto, fidatevi, è assolutamente giunto il momento.

Nota:
La prima edizione di “A Head Full Of Moonlight”, prodotto e registrato grazie a un efficace campagna di crowdfunding, risale a novembre 2015; il disco è stato in seguito ristampato e distribuito da Metalblade Records ad aprile 2016

Stefano Burini

 
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