Recensione: Abreaction

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Ricordo ancora il tour con i Nile a Bologna nel 2013, dove un mio amico mi disse all'epoca: “se non hai mai ascoltato gli Svart Crown, presta attenzione perché questi sono bravi”. Rimasi di stucco a fine esibizione, applausi meritati e senza ombra di dubbio avevo la conferma di avere di fronte un gruppo valido e dal promettente futuro. Oggi la riprova è sotto gli occhi di tutti e con un disco quale “Abreaction” sbarcano sul colosso Century Media, dimostrando come la paura della fama non è affare per loro. Qualcosa di valido ci sarà, se una major arriva a un gruppo che è tutto fuorché di facile accessibilità. Sì signori possiamo confermare che di materiale valido dentro questa bestia informe, che vive nell'angolo buio denominato black/death, ne abbiamo a palate; palate nei denti che arrivano da ogni singola traccia qui presente. Prima di addentrarci nel disco c'è però da segnalare come sia chitarra che batteria siano state cambiate rispetto all'ottimo “Profane” e oggi due ex membri degli Aggressor (Kevin Paradis e Kevin Verlay) sono in pianta stabile dentro una formazione, che non ha stravolto il proprio suono, piuttosto lo ha arricchito entrando in contatto con visioni e rituali di mondi opposti all'Europa continentale.

Ciò che salta di più all'orecchio, sin dai primi ascolti, è la produzione meno scarna e più corposa, figlia di una scelta stilistica che tende a privilegiare i giochi di chitarre e l'ingresso del basso per amplificare le strutture nelle retrovie. Le sfumature presenti nel disco, pur essendoci scritto black, non prendono quasi nulla dal genere suddetto, che rimane quale base compositiva fine a stessa. Possiamo vedere ad oggi più gli Svart Crown come la perfetta alchimia tra i Gojira più giovanili, con lo spirito dei Morbid Angel, uniti alla ferocia degli Ulcerate. La domanda che aiuta a comprendere meglio il tutto è la seguente: “Se un giorno gli Ulcerate decidessero di prendersi una vacanza dai loro labirintici lidi post death e scrivere un album con una chiave di lettura black, cosa verrebbe fuori?” Semplice la risposta, nient'altro che “Abreaction”. Un album monolitico, rituale, spirituale e profondo, dove la track-list diventa una sorta di canovaccio da esplorare per leggere una storia, che ci conduce dentro mondi di primitiva fattura.

Dalla lunga e maestosa intro, passando per la brutale “Carcosa” ed arrivando sino a “Transsubstantiation”, l'idea di avere di fronte una formazione di musicisti di alto livello sia pratico che concettuale, una band che è riuscita a combinare perfettamente velocità, tecnica, melodia e aggressività, è palese. Pur non avendo nulla di altamente ricercato, non andando a sconfinare in territori proto-prog, i nostri sono in grado di lasciare confluire ogni loro ispirazione in questo cielo nero, dove alcune fiaccole bruciano al vento e guidano il cammino dei morti. Non v'è brutalità fine a se stessa, ma piuttosto una sceneggiatura da seguire per descrivere il brainstorming dietro la composizione finale. Gli stacchi atmosferici di “Upon this Intimate Madness”, la magnifica strumentale “Tentacion”, che ci ricorda quasi un clima piratesco semi arabeggiante e i bridge della conclusiva “Nganda” sono colpi da maestro. Nella loro semplicità, nei dettagli che vengono valorizzati dopo molteplici ascolti, la storia del disco e la percezione della track-list viene riscritta minuto dopo minuto. Un senso di post-qualcosa vive subdolo e sornione alle spalle del basamento black/death. Questa è la grande novità degli Svart Crown contemporanei, essere gli unici del sottogenere che cercano nuove soluzioni mai tamarre e fini a se stesse, ampliando copiosamente le prospettive venture, dove il cielo è sempre più ardente e fiammeggiante. Anche le lente spirali di “Orgasmic Spiritual Ecstasy”, piuttosto che il rituale a metà di “The Pact:To the Devil His Due”, sono sintomo semplicemente di creatività e voglia di essere se stessi, seguire un proprio percorso stilistico senza sputare in faccia al proprio passato.

Probabilmente siamo di fronte al più grande risultato del gruppo nella sua intera discografia, quel disco che si ricorda senza finire fortunatamente nel dimenticatoio contemporaneo, dove la genialità va di pari passo con la sinistra voglia di esplorare mondi nascosti al comune vivere. La Francia negli ultimi anni ci ha regalato moltissime emozioni, gli Svart Crown non sono da meno e se, con estrema cautela e dosaggio degli ascolti, riuscirete ad entrare in questo mondo, le soddisfazioni saranno molte, moltissime; se avete paura delle altezze, degli scheletri zombi, dei rituali voodoo o della stregoneria di bassa qualità fate un passo indietro, questa non è casa vostra. Creativi e audaci!

 
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