Recensione: Ancient Furies

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«Acheronte, il fiume del dolore: ramo dello Stige che scorre nel mondo sotterraneo dell'oltretomba, attraverso il quale Caronte traghetta nell'Ade le anime dei morti.»

Acheronte, fiume del dolore. Acheronte, fast black metal band italiana, nata nel 2010 a San Benedetto del Tronto (AP) e giunta finalmente al debut-album, intitolato "Ancient Furies", grazie alla label russa Satanath Records. Susseguentemente a un demo ("Demo 2010", 2010), un EP ("Genesis of Evil", 2012) e due split del 2013 ("The Last Prayer" ed "Eternal Evil").

"Ancient Furies", è un concept-album basato sulla morte e sulle empie gesta di antichi monarchi passati alla Storia per la loro efferata spietatezza: Assurnasirpal II, Alexander The Great, Diocletian, Attila, Timur Barlas, Vlad III, Ahuitzotl. Sette song per sette sanguinari dittatori, sette sanguinari dittatori per sette furie annichilatrici.

Fast black metal, allora. Già il black metal lo è, veloce. Ma il fast supera ogni confine della conoscenza umana. Valanghe, slavine di blast-beats radono al suolo ciò che prima era, e ora non è più. Metafora per le centinaia di migliaia di esseri umani macellati dai sette tiranni del concept dei Nostri.

Lord Baal conduce come Caronte i suoi compagni Phobos, A.T. La Morte e Lars nel Reame del Caos. Tridimensionale vertigine allucinatoria in cui la schematizzazione del format compositivo è vaporizzata dal bombardamento nucleare del drumming, del riffing, delle lisergiche nonché asfissianti linee di basso.

L'impatto complessivo è titanico. Phobos, da solo, erige un muraglione di suono che si trova al di là dello spazio e del tempo, nel limbo o forse meglio in quell'inferno ove trovano eterna dannazione le sette anime dei despoti. Solo l'incipit di 'Ancient Persecutor of Christianity (Diocletian)', per esempio, è un'iniezione di furia cieca, devastante, dirompente, dai cinematismi non-umani. Sferzate di sangue sublimato in vapore rovente si abbattono sull'auditorio precipuamente per atomizzarlo, come un tornado dalla potenza inconsulta.

'Flagellum Dei (Attila)': il basso oscenamente distorto da il là alla mostruosità fatta in musica. Ondate di riff giganteschi definiscono le coordinate spaziali delle onde foniche, le quali, come uno tsunami, sconquassano la parte corticale del cervello. Provocando cortocircuiti, inversioni polari, trance da hyper-speed. E, quando pare che sia stata raggiunta l'acme dell'accelerazione, si cade in errore. C'è sempre di più, al di là delle ordinarie dimensioni della fisica. C'è 'The Lame One (Timur Barlas)', bestiale richiamo agli dei che governano gli incalcolabili spin delle particelle sub-atomiche. Annichilazione dopo annichilazione, non si smette mai di onorare i carnefici protagonisti delle lyrics con deflagrazioni all'idrogeno: 'The Lord Impaler (Vlad III)'.

E, in cotale, scellerato turbinìo di note, accordi e ritmi, c'è di più: c'è la capacità degli Acheronte di non mollare mai la presa, nemmeno per un decimo di secondo. Inchiodati su una croce di granito ove è timbrato a fuoco il loro stile, il loro marchio di fabbrica. Foggiato in modo indelebile, chiaro, netto, preciso e riconoscibile da distanze siderali; sebbene il caotico mulinare del velopendulo di Lord Baal e della strumentazione degli altri conduca apparentemente ciò che vive a trovare la morte nelle Montagne della Follia.

"Ancient Furies" è un lavoro sorprendente, clamorosamente centrato nel soggetto, che trascina irresistibilmente la musica per teletrasportarla, assieme agli Acheronte, nelle dimensioni dello schizofrenico inferno in cui giacciono, decomposti, i corpi degli orribili Sette.

Daniele D'Adamo

 

 
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