Recensione: Anonymous Souls

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La regione della Ruhr, ricca di ferro e carbone, è storicamente una tra le zone più importanti, dal punto di vista produttivo, della Germania. Negli anni ‘80 è proprio il fuoco, che rende il ferro incandescente, ad impossessarsi di alcuni giovani musicisti, abitanti nella zona, entrando nelle loro vene e questi, sulla scia della scena metal europea e d’oltre oceano, danno vita al movimento Thrash teutonico. Primi tra tutti i Kreator, i Sodom e i Destruction, la cui particolare aggressività e violenza lo portano ad emergere prepotentemente e, dalla loro terra natia, dilagare prima nelle terre europee e poi in ogni angolo del mondo.

Dopo quasi quarant’anni la Ruhr continua ad essere un’importante fucina: questa volta i suoi fabbri hanno forgiato i Manifestic, quartetto con circa tre anni di vita e con all’attivo un Demo esplorativo dal semplice omonimo titolo.

Ora è la volta del vero e proprio esordio discografico, espresso attraverso l’album ‘Anonymous Souls’, disponibile dal 29 marzo 2019 via Punishment 18 Records, label nostrana specializzata nella musica estrema e sempre a caccia di nuovi talenti.

Ed i Manifestic dei talenti lo sono, prima di tutto perché non rinunciano alle loro radici ma, soprattutto, perché hanno capito che il Thrash di oggi ha necessità di rinnovamento e di potersi esprimere andando oltre quello fatto fin ora, senza però cadere nella trappola che procurò agli artisti degli anni ’90 la ben nota crisi durata circa dieci anni, a dispetto della loro bravura.

Per cui i Manifestic espandono il loro suono, unendo alla ferocia elementi tecnici, melodici e progressivi (parlando sempre di Thrash, ovviamente; non aspettatevi sonorità alla Dream Theater o similari), tenendo il tutto unito da una deflagrante batteria, elemento chiave, la cui potenza ed incisività amalgama il tutto evitando gravosi stacchi durante i vari passaggi da una sezione all’altra.

Anche l’uso delle chitarre diventa essenziale nella ricerca di proporre qualcosa di originale: oltre alle tipiche ritmiche serrate le due asce aprono il loro suono anche durante i momenti più aggressivi ed emergono, principalmente, durante le fasi cantate, generando una melodia di fondo senza, per questo, diminuire la potenza del brano.

Le sezioni musicali sono ricche di sfumature, che pongono la rabbia in secondo piano per esaltare una tecnica complessa ed iridescente.

Il cantato è abrasivo, iroso e diretto, eseguito sia dal chitarrista Rob Richter sia dal batterista Jerome Reil (vi ricorda un gruppo nato qualche anno prima dalle stesse parti?). Il loro lavoro è valido, carico di espressività ed enfasi, anche se hanno necessità di crescere (ma, tralasciando i grossi talenti, chi non ha avuto bisogno di migliorare agli esordi?).

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Le canzoni contenute in ‘Anonymous Souls’ sono undici, con discreta variabilità sia come sound, sia come minutaggio, andando dai quasi otto minuti di ‘Time Will Collapse’ ai poco più di due minuti di ‘Spiritual Abyss’ (oltre a due brevi pezzi strumentali).

Apre la title-Track, che esprime bene le caratteristiche del combo: strofe intrise di rabbia, molta tecnica strumentale ed un interludio furioso che porta ad un preciso scambio di assoli sostenuti da una ritmica tirata.

La successiva ‘Deaf Dumb And Blind’, essenzialmente veloce, richiama la vecchia scuola intersecandola con una sezione musicale tecnica e progressiva.

Wide Open’ ha ritmi più lenti rimanendo comunque dura ed incisiva fino all’accelerazione estrema cha la porta a conclusione.

Segue la già citata  ‘Time Will Collapse’, complessa, articolata ricca di cambi di tempo ed elementi variabili tra i quali un buon rallentamento psichedelico, breve ma d’effetto, che dà proprio la sensazione che il tempo stia inesorabilmente collassando.

Incognito’ è uno dei brevi momenti strumentali, denso di atmosfera scura ma anche di potenza concreta.

Dopodiché esplode ‘Spiritual Abyss’, prima veloce e feroce, poi melodica. Il pezzo è breve e da la sensazione che non sia stato ultimato.

La seguente ‘Silicon War’ è incalzante con una lunga parte strumentale che la porta a sfumare, mentre ‘Code of Silence’ inizia molto melodica; ci si aspetta una ballata ma è una finta: con un improvviso stop and go diventa veloce e rabbiosa, con un interludio cadenzato molto energico.

Segue la seconda breve traccia strumentale, ‘263’, che introduce ‘Pillars of Democracy’, anch’essa suddivisa in parti aggressive ed in altre più tecniche e corpose.

Chiude ‘Poisoned Waters’, dove a strofe arrabbiate s’intersecano sezioni relativamente tranquille.

Concludendo: esordio più che buono per i Manifestic, che sfornano un prodotto che riesce a distinguersi dalla massa. Qualche sbavatura qua e la dimostra che hanno bisogno di maturare esperienza, ma nessuna di queste invalida il lavoro, che è di qualità costante per tutta la sua durata.

Speriamo nel loro prospero futuro ed auguriamo loro una densa attività live. Per ora gli facciamo i nostri migliori complimenti.

 
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