Recensione: Ascendancy

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C’era una volta il metalcore: genere che ha saputo dividere il pubblico metal attirando su di sé tanto le critiche dei defender quanto gli apprezzamenti delle nuove generazioni. Al di là dei gusti personali (il sottoscritto non è un grandissimo estimatore del genere) bisogna comunque ammettere che “Ascendancy”, uscito nel 2005, ha fatto venire la pelle d’oca a non pochi addetti ai lavori.

Partorito da quattro ragazzi della Florida, gli stessi Trivium che appena due anni prima avevano innescato la curiosità della Roadrunner con l’album “Ember To Inferno”, questo lavoro ha rappresentato un caposaldo del genere, genere che gli stessi Trivium avrebbero abbandonato di lì a poco. Ma torniamo a noi: correva l’anno 2005 quando Matt Heafy e compagni danno alla luce il loro secondo lavoro. Si tratta di un lavoro di stampo prettamente metalcore, dove il retaggio del ‘gothenburg sound’, dei Pantera e del thrash anni ‘80 è evidente, il tutto condito con le caratteristiche parti ‘melodiche’ proprie del genere in questione.

Ma procediamo con ordine: è la super-cupa e depressiva “The End Of Everything” ad aprire le danze; componimento per tastiera della durata di poco più di un minuto che funge da intro. La semplicità e la malinconia dell’opening-track sono spezzate all’improvviso da “Rain”, brano dal forte impatto sonoro. Le chitarre sono tese, la batteria martellante, lo screaming di Heafy cupo e profondo. Il refrain, pur essendo melodico, non cede il passo alla calma. È il momento di “Pull Harder On The Strings Of Your Martyr”: la prima volta che ho avuto la possibilità di ascoltare suddetta canzone dal vivo, mi sono reso conto che i Trivium non stavano scherzando, non rappresentavano una band commerciale lanciata per fare moda. L’apertura ad opera di un semplice ma efficacissimo giro di batteria e l’utilizzo di questo durante le strofe (tutti i batteristi dovrebbero trarre esempio da tale episodio su come utilizzare tom e timpani al di là di semplici chiusure) catapulta l’ascoltatore in uno dei brani migliori dell’album. Tempi cadenzati, ritmiche pesanti ma taglienti, solos di chitarra dal sublime sapore ‘hammett-iano’. Il prototipo di brano giusto, indovinato, di quelli che non stancano nemmeno se ascoltato più volte. La seguente “Drowned And Torn Asunder”, dopo un inizio lento, esplode in un susseguirsi di riffiche in stile thrash e death svedese, con il consueto ritornello melodico che, in questo caso, è preceduto da un ponte con cantato pulito. Anche questa volta, i solos di chitarra regalano scampoli di velocità e tecnica. A seguire troviamo la title-track, episodio leggermente sottotono rispetto a quanto ascoltato finora, ma comunque di gradevole ascolto e pregna di pregevoli parti soliste al livello di chitarre.

“A Gunshot To The Head Of Trepidation”, rappresenta un altro dei gioielli di quest’album: pezzo che avrà enorme successo dal vivo (non a caso è ancora uno dei cavalli di battaglia della band) mette in mostra un Travis Smith in grande spolvero, in grado di utilizzare la doppia cassa con precisione millimetrica (“One” dei Metallica docet...). Stupenda tutta la parte degli assoli (che si alternano per più di un minuto) e la seguente pausa con tanto di urlo collettivo alla “Creeping Death”. Nemmeno il tempo di rifiatare che parte “Like Light To The Flies”, forse il brano più famoso dell’album, dove vediamo fondersi cattiveria, tristezza, rabbia... il pezzo riscuoterà grande apprezzamento anche perché scelto come colonna sonora del videogioco “The Sims 2” e del film “Smokin’ Aces”. Il passaggio più commerciale e ‘pop-eggiante’ è rappresentato da “Dying In Your Arms”, pezzo piuttosto scontato e banale, nonostante un’attraente tristezza che lo caratterizza e il refrain che rimane comunque in testa. Fortunatamente le sorti del lavoro si risollevano in un attimo: basta l’attacco di “The Deceived” per scuotere l’ascoltatore da eventuali cali dovuti al brano precedente. La canzone, dall’indiscutibile matrice thrash, è impreziosita da splendide armonizzazioni e solos di chitarra. “Suffocating Sight”, “Departure” e “Declaration”, sono brani d’inaudita violenza che racchiudono al loro interno lente parti melodiche che rasentano la follia e la disperazione.

Cosa dire, “Ascendancy” è uno di quei lavori che non sbaglia praticamente un colpo: la qualità delle composizioni, sia a livello tecnico che di orecchiabilità, è indiscutibilmente ottima, così come la produzione. Matt Heafy si presenta come un cantante in grado di usare vari stili vocali, senza dimenticare che, insieme al collega Corey Beaulieu, dimostra di essere in possesso di una discreta tecnica compositiva ed esecutiva dal punto di vista strumentale. Le chitarre, in effetti, sbrigano un lavoro sopraffino facendolo apparire semplice, grazie proprio alla qualità dei musicisti e agli ottimi suoni (merito di una produzione professionale). Dalle parti ritmiche a quelle soliste, i due chitarristi sono da promuovere a pieni voti. Così come un elogio particolare andrebbe fatto al lavoro di batteria che, non solo risulta impeccabile (e in sede live vi assicuro che è così), ma colpevole di una performance tanto estrema quanto originale; performance che, purtroppo, non avrà modo di essere ripetuta con i Trivium, a causa del cambiamento di stile che porterà Travis Smith a lasciare la band (o ad essere cacciato?). Inutile dire che l’operato di Paolo Gregoletto al basso risulta essere non pervenuto (lo si riesce a percepire solo per qualche secondo in “Suffocating Sight”).

In definitiva, un ottimo album che ha consegnato il gruppo statunitense alla grande scena.

Pasquale Carotenuto
 

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