Recensione: Bad Dream

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In netto anticipo, rispetto alla data fissata per la presentazione ufficiale del disco, ci occupiamo di questo album dal titolo “Bad Dream”, frutto della grande creatività di Dimmi Argus (all’anagrafe Dimitar Argirov), artista di origine bulgara (cantante, compositore e produttore), che ha fondato la band nel 2007. In precedenza (2010) era stato pubblicato un EP dal titolo “Black and White”, seguito dal DVD “Live at Rock Bar Fans”, in cui si possono apprezzare le straordinarie doti in ambito “live” del frontman, che vanta anni di militanza nell’Heavy Metal internazionale.

“Black And White” si apre con un riff che suona familiare, duro e graffiante come tradizione impone, seppur ingentilito da un apporto vocale pulito e limpido, che fa da contrappunto all’accennata ruvidezza del sound, essenziale e volutamente scarno, minimale ma spesso, decisamente in linea con i dettami della “old shool”. L’assolo chitarristico si presenta ricco e ben curato, conforme ai tratti caratteristici di uno stile improntato su gusti smaccatamente “eighties”. Questo primo brano rappresenta un ottimo esordio, cristallino e autentico, proprio come recita il testo delle sofferte liriche: “I only wanna rock ‘n’ roll, to play my songs only for you, with my metal band. What you believe, I understand, all you wanna hear, all you wanna see, that’s what I am”.
Anche nella title-track “Bad Dream” il riff introduttivo evoca una certa familiarità di suoni e di tonalità, di inequivocabili connotazioni classiche. Successivamente la canzone si muove con agilità e freschezza fino al ritornello, incisivo e orecchiabile, destinato perciò a ronzare nelle orecchie dell’ascoltatore per un po’ di tempo: “Moving shadows, come again. Darkness falls down and eats the day. Creeping spiders fill my bed. Rocking monsters from the hell…”. Da sottolineare, anche qui, una fluida e impeccabile performance vocale, sorretta da un robusto contesto strumentale.
Con “Wish I Could” arriva il momento della ballad, introdotta da un arpeggio accattivante e delizioso che si intreccia con una voce cristallina e incisiva, in grado di intessere melodie di prim’ordine. Nella seconda parte la song si irrobustisce gradatamente in un crescendo passionale, rendendo il ritornello sempre più spesso e martellante, fino a quando si tuffa nell’assolo di chitarra, intenso e struggente.
“Victims Of The Nightmare” è un preludio assai inquietante nei suoni e nell’ambientazione, demoniaca e a tinte scure, che tra un brivido e l’altro ci conduce per mano attraverso atmosfere nebbiose, doom e infernali, aprendo la strada per la successiva
“From The Grave”, contraddistinta dal tipico riffone di stampo sabbathiano (early days), che presto si trasforma nell’asse portante di tutta la song, sempre più possente e vigoroso fino al ritornello celebrativo: “God bless you, have a rest in peace, be happy in your grave forever”! Il pezzo procede con sempre maggiore personalità, greve e cadenzato, provvisto di un guitar solo espressivo e ben articolato, affiancato da sonorità di basso che richiamano il capostipite della scuola (Geezer).
Non poteva mancare, a questo punto, un esplicito omaggio ai Maestri. E dunque: sotto con “Into The Void” in cui Dimmi & Co. celebrano nel modo migliore – con rispetto e bilanciata creatività – l’epopea iniziale dei Black Sabbath (era Ozzy).
Dopo la doverosa cover, si prosegue nel segno del metallo pesante dai toni sepolcrali: ecco “Pray For Our Souls”, satanica e oscura, possente e tirata, con l’assolo chitarristico che emerge dalle tenebre illuminando lo scenario apocalittico della canzone, grazie ad acuti lancinanti e timbriche di tremenda espressività. Ci troviamo in un altro significativo momento di rievocazione storica dei grandi Classici, capace di emozionare ogni amante del genere.

Dopo i movimenti tellurici della precedente song, dai toni foschi e cupi, l’atmosfera si fa più serena grazie alla voce di Dimmi, particolarmente armoniosa e morbida, che ci prende per mano accompagnandoci attraverso dolci melodie e cullandoci in atmosfere da sogno, scosse solo dall’irrompere di un guitar solo deciso e spinto. In questa ballad spicca, ancora una volta, una prestazione vocale di ottimo livello, non solo dal punto di vista meramente tecnico, ma anche - e soprattutto - sotto il profilo emozionale.
Il cammino si fa ancora più interessante con “My Way Home”, aperta da un riff robusto e cadenzato, hard & heavy e tosto, incalzato da una sezione ritmica di pari spessore che sostiene il motivo trainante del brano. L’apporto delle linee vocali, perfettamente calibrate nella loro limpidezza e potenza, completa un altro episodio destinato a restare ben impresso nella mente.
Con “Into The Forest” si entra in un ambito atipico, ma alquanto suggestivo, fin dal suono dei tamburi che fa da preludio a un riff di stampo sabbathiano. L’invocazione rituale che ne segue evoca un rito sacrificale che mette i brividi: “It’s time to sacrifice”! Il pezzo (che consiste, nella fattispecie, in una reinterpretazione moderna di una vecchia canzone della tradizione folk bulgara, arrangiata in chiave metal) si disimpegna con decisione e grinta tra folk e metal, in un’ottima commistione fra generi tale da renderla piacevole e originale.
“Black And White” (Radio Edit - Digital Editing Bonus Track) chiude il disco riprendendo la traccia numero uno, proponendone una versione più corta, confezionata per le radio.
Giunti alla fine dell’ascolto di questo disco, la prima sensazione che avverte un amante del genere (descritto in premessa) è un senso di soddisfazione di bisogni atavici, visto che questo prodotto affonda le radici nella vecchia scuola classica, con tutti gli ingredienti previsti dalla tradizione. In ogni caso il disco spicca per una particolare attenzione alla struttura dei brani e per la cura nella produzione, regalando ai fan del Metal e dell’Hard Rock nuove emozioni.
In un’epoca, ma soprattutto in un genere, in cui non è certo facile portare nuove idee, nuovi contenuti, l’inossidabile Dimmi e i suoi giovani seguaci danno una lezione di coerenza e coraggio lodevoli, oltre a indiscusse doti tecniche e artistiche.

La speranza (sempre l’ultima a morire, per noi vecchi nostalgici) è di vedere presto la band cimentarsi in ambito live.
Il disco (fatta eccezione per le tracce n. 3 e n. 7, registrate presso il Music Manor Studio di Brescia) è stato registrato e mixato presso il Tanzan Music Studio di Lodi da Daniele Mandelli. Il mastering è opera di Timo Tolkki, presso lo Studiotolkki di Hensinki (Finlandia). La cover dell’album è a cura di Ilyk Design & Photography di Sofia (Bulgaria).

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