Intervista Joel Hoekstra

Con “From the Fade”, uscito il 27 febbraio 2026 per Frontiers Music, Joel Hoekstra rilancia il suo progetto Joel Hoekstra’s 13 con un album più compatto, pesante e comunque fortemente melodico. Ne abbiamo parlato con il chitarrista di Whitesnake e Trans‑Siberian Orchestra, che ci ha raccontato il processo di scrittura, il rapporto quasi autobiografico con la musica nei nuovi testi e le sfide di far vivere un progetto solista nel 2026.

Intervista a cura di Fabio Vellata
Ciao Joel, sono Fabio Vellata, è un piacere ritrovarti in occasione dell’ennesimo tuo eccellente lavoro in studio.
Bentornato su www.Truemetal.it.
Grazie! Sono io che ti ringrazio per l’invito!
Hai descritto “From the Fade” come un capitolo più compatto e definito del progetto Joel Hoekstra’s 13, più pesante ma sempre molto melodico. In studio, qual è stata concretamente la scelta di produzione (suoni, accordature, layering di chitarre o voci) che secondo te ha davvero spostato l’ago della bilancia verso questo suono più “metal” senza sacrificare la cantabilità dei brani?
Per quanto riguarda i suoni e gli strumenti, cerco di restare coerente lungo tutto il processo, così che l’album abbia un terreno comune. In questo modo, anche se alcuni pezzi sono più pesanti di altri, a livello sonoro c’è sempre qualcosa che li tiene insieme.
Se metti a confronto “From the Fade” con “Crash of Life”, quale aspetto della tua scrittura senti maturato di più: la costruzione dei riff, l’intreccio tra melodia vocale e armonie, oppure la gestione degli arrangiamenti nel loro complesso, considerando che in questi progetti rivendichi il pieno controllo su musica, testi e mix finale?
Non saprei dirlo con precisione. Per questo album non ho riutilizzato nulla di preesistente. Ho iniziato scrivendo e arrangiando i riff per 11 brani (più una bonus track). Poi ho scritto le melodie vocali e le ho registrate con la chitarra sopra i riff. A quel punto il materiale è passato a Vinny Appice, così che avesse già un’idea di ciò che avrebbe cantato la voce. Successivamente ho scritto i testi e registrato io stesso una guida vocale. È quella che Girish ha ascoltato prima di cantare tutto… infinitamente meglio di me, ovviamente. Haha! Tony Franklin ha inciso le sue parti sulle chitarre “scratch” e sulla batteria di Vinny. Derek Sherinian e Girish Pradhan hanno registrato su batteria, basso, chitarre provvisorie e guida vocale. Poi sono tornato io per incidere le chitarre definitive e Jeff Scott Soto ha registrato i cori su quelli di Girish. Infine è passato tutto nelle mani di Chris Collier, che fa un lavoro fantastico di mix e dà spazio a tutte le mie idee creative.
In passato hai dichiarato che questi album solisti sono soprattutto dichiarazioni artistiche, spesso poco remunerative ma fondamentali per la tua eredità musicale. C’è stato un momento, durante la realizzazione di “From the Fade”, in cui hai seriamente pensato di “fare meno”, o al contrario ormai questo contesto ti spinge automaticamente ad alzare l’asticella, pur sapendo che non si tratta di un’operazione commerciale?
A dire il vero, non penso né all’una né all’altra cosa mentre sono nel processo. Mi interessa soprattutto cercare di farlo al meglio possibile. Una volta che il meccanismo si mette in moto, diciamo che vivo pienamente il momento.
Quando scrivi pensando alle voci, in questo caso per un cantante con un registro così aggressivo e acuto come Girish Pradhan, parti da riff già definitivi oppure ti capita mai di cambiare radicalmente una progressione solo perché immagini un certo tipo di fraseggio vocale o una parola chiave nel ritornello?
Non cambio i riff, ma per questo disco ho scritto sicuramente le melodie vocali pensando a sfruttare al massimo l’incredibile estensione di Girish.
Nei tuoi progetti, dai TSO ai Whitesnake fino a Joel Hoekstra’s 13, sei passato dall’inserire la tua personalità in un suono già codificato ad avere la supervisione completa su tutto: canzoni, testi, mix. Qual è la cosa più difficile da “disimparare” quando ti sposti da una grande band d’ensemble a un album in cui la responsabilità artistica ricade quasi interamente sulle tue spalle?
Scrivo e registro la mia musica da quando sono giovane. Ho pubblicato tre album strumentali solisti tra il 2001 e il 2007. È qualcosa che esisteva anche molto prima di allora. Lo stesso vale per la mia carriera nelle band e come session man: faccio entrambe le cose da così tanto tempo che sono entrate a far parte di ciò che sono come musicista.

Dal punto di vista chitarristico, quali soluzioni tecniche o di fraseggio su “From the Fade” rappresentano meglio il punto in cui ti trovi oggi, e in che cosa differiscono dal linguaggio che hai usato, per esempio, quando dovevi rendere giustizia a parti storiche come quelle di Jeff Watson in “(You Can Still) Rock in America” o al repertorio dei Whitesnake?
Penso di avere ormai uno stile e dei punti di forza miei sulla chitarra. A dire il vero, oggi preferisco suonare come me stesso. Non è certo il mio sogno emulare altri chitarristi. Quanto a quali frasi del disco mi rappresentino meglio… direi praticamente tutte.
I testi di “From the Fade” ruotano attorno a un legame quasi salvifico, una persona che diventa una “lifeline” per qualcun altro. Quanto c’è di autobiografico in quell’immaginario e quanto invece deriva da osservazione esterna, storie di altre persone o pura “fiction cinematografica”?
Nulla di tutto questo. Il concept di questo album ruota sostanzialmente intorno al mio rapporto con la musica. Alcune affermazioni sono positive, altre più negative.
Pensi mai a un ritorno a un album totalmente strumentale, oppure senti che oggi la tua urgenza espressiva passa soprattutto attraverso canzoni “complete” – riff, melodie vocali e testi – come hai sottolineato per i progetti Joel Hoekstra’s 13?
Quando la gente commenta dicendo che questi album sono “diretti”, mi viene voglia di scrivere qualcosa di più progressivo proprio per ribadire il fatto che sono pensati per essere diretti. Mi piace scrivere all’interno di un certo suono e stile per Joel Hoekstra’s 13, ma per me sarebbe persino più facile comporre qualcosa di più complesso. È più difficile mettere in mostra il proprio talento dentro una musica che possa piacere al rock fan medio. Se e quando scriverò e registrerò qualcosa di più progressivo, inevitabilmente ci sarà qualcuno che si lamenterà anche di quello. Haha!
Guardando alla tua formazione musicale, dalla chitarra acustica che hai definito il tuo strumento “da isola deserta” fino alla fidata Les Paul gold‑top, qual è stato il momento in cui hai capito che il tuo ruolo ideale non era solo quello del “chitarrista tecnico”, ma anche quello di vero e proprio songwriter e architetto del suono?
Credo di essere sempre stato così. Anche ai tempi in cui uscivano i dischi degli shredder Shrapnel, io tendevo comunque a scrivere musica che mettesse in luce la mia creatività. L’evoluzione arriva semplicemente dal lavorare in modo costante con la musica. Non c’è mai stato un vero punto di svolta.
Quando entri in studio per un disco come “From the Fade”, con una vita piena di tour, collaborazioni e impegni paralleli, hai qualche rituale per “spegnere” la mentalità da session player e rientrare nei panni dell’autore principale, o questo passaggio ormai è naturale per te?
Ormai è naturale. Posso programmare dei periodi in cui mi dedico alla scrittura. Vedo la creatività come un rubinetto da aprire: sembra esserci sempre quando ne ho bisogno. Quindi lo apro quando è il momento.
Hai spesso detto che ti piace lasciare spazio all’interpretazione personale dell’ascoltatore, senza spiegare troppo il significato dei testi. Se dovessi scegliere un solo brano di “From the Fade” che ti piacerebbe rimanesse in futuro come “biglietto da visita” del tuo modo di trasmettere emozioni, quale sarebbe e perché?
In realtà non ne ho uno. Tutte le canzoni di questo album dicono qualcosa sul mio rapporto con la musica. Ma sì… è bello quando le persone riescono a trovarci un proprio significato.
Ti vediamo spesso sul palco con l’energia di “mezzo chitarrista, mezzo frontman”, quasi in stile Angus Young. Immagini che, con un album come “From the Fade”, possa nascere davvero una dimensione live stabile in cui Joel Hoekstra’s 13 diventi una vera e propria band da tour, oppure pensi che resterà principalmente un progetto da studio che prende vita solo in alcune date selezionate?
Difficile dirlo. Mi piacerebbe portarli in tour. Probabilmente, per me, sarebbe un disastro dal punto di vista economico. Da un punto di vista artistico, però, mi divertirei moltissimo. E poi ci sono da considerare le agende di tutti i coinvolti.
Negli ultimi mesi ti sei trovato da un lato a gestire in prima persona un album solista come “From the Fade” e, quasi in parallelo, a scrivere musica, melodie e tutte le chitarre per il debutto di Austen Starr, “I Am The Enemy”, dove il tuo ruolo era più quello di co‑autore e co‑produttore dietro le quinte. Dal tuo punto di vista, in che modo è stato stimolante lavorare fianco a fianco con una giovane artista che porta nei testi una prospettiva più contemporanea e personale, e quanto ti ha influenzato – anche solo a livello inconscio – nel modo di trasmettere emozioni e costruire i brani su “From the Fade”?
Mi sono divertito molto a scrivere per e con Austen. Lei scrive ottimi testi e questo mi ha permesso di concentrarmi su riff, progressioni di accordi e melodie. Le sue influenze arrivano da una generazione diversa, ma una delle ragioni per cui ha voluto lavorare con me è proprio il fatto che le piacciono gli album di Joel Hoekstra’s 13. Penso che si sentano parecchi tratti della mia scrittura anche nel suo disco. Direi che ci sono un paio di momenti su “From the Fade” in cui le mie melodie ricordano quelle usate su “I Am the Enemy”. E l’ho trovato del tutto naturale: a un certo punto, uno sviluppa un proprio stile di scrittura.
Qualche mese fa David Coverdale ha ufficializzato il suo ritiro, chiudendo di fatto un’era non solo per i Whitesnake ma anche per un certo modo di incarnare la figura del frontman rock. Avendo vissuto dall’interno l’ultimo capitolo della band, come hai elaborato quella decisione sul piano emotivo – sia come fan, sia come musicista al suo fianco sul palco – e quanto ha influito, se lo ha fatto, sul tuo modo di guardare al futuro?
Mi sono goduto ogni esperienza che ho vissuto con David e i Whitesnake. Ne sono estremamente grato. Gli auguro il meglio per questo meritato ritiro. Continuiamo a sentirci ogni tanto e il rapporto è rimasto molto cordiale. Detto questo, sono sempre stato un chitarrista con molte cose in ballo. Quindi, anche se i Whitesnake non saranno più in tour, io ho ancora Trans‑Siberian Orchestra, Joel Hoekstra’s 13, Revolution Saints, Iconic, Austen Starr, gli show acustici Hoekstra/Gibbs, i concerti con la Broadway’s Rock of Ages Band, oltre a session e lezioni a distanza.
Pensi che il nome Whitesnake possa continuare in qualche forma, magari con un frontman diverso?
È una decisione che spetterebbe esclusivamente a David Coverdale. Sinceramente credo che, finora, si sia trattato più che altro di voci…
Grazie ancora di cuore per il tuo tempo e la tua disponibilità. In bocca al lupo per il nuovo album!



