Recensione: Black Book: Chapter One

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Pioggia, tuoni, una campana a morto. Tranquilli, non stiamo parlando del Libro della Genesi, anche se è indubbio che questi pochi secondi (effettivamente simili a quell'incipit là) siano sufficienti a trasmettere una certa inquietudine e aspettativa nell’ascoltatore medio. Con il prosieguo della traccia l’aspettativa si rafforza e ad essa si aggiunge la sensazione che si stia per compiere un viaggio nel tempo, indietro fino al passato aureo del nostro genere preferito, e bastano i primi secondi della canzone successiva perché questa sensazione di deja vù venga al tempo stesso sia smentita che confermata. Signore, signori: a voi “Black Book: Chapter One”.

Ma cosa si cela dietro questo titolo, abusato ma sempre intimidatorio? Semplice, rispondo io: l’ottimo esordio degli Angel Martyr, gruppo toscano nato nel 2010 dalle ceneri dei Wraith’sing e fortemente ancorato al caro vecchio heavy metal di stampo epico che dagli anni ‘80 in poi ha messo a ferro e fuoco, partendo dalla terra d’Albione, il mondo intero. Gran parte delle tracce presenti in questo “Chapter One” sono in realtà prese dalle due precedenti release del gruppo toscano, il demo “Angel Martyr” e l’EP “Black Tales: Prelude”, ri-registrate in vista del debutto sotto la tedesca Iron Shield Records. I punti saldi di questo lavoro sono quelli che ogni metallaro amante di certe sonorità conosce e pretende: melodie accattivanti, ritmiche semplici ma serrate, chitarre corpose, basso sempre in evidenza e voce squillante (anche se vagamente nasale), tutto qui. Robetta facile e già sentita, direte voi, ma è come si mescolano gli ingredienti che stabilisce se un piatto sia riuscito o meno, quindi non perdiamo altro tempo e cominciamo a sviscerare questo “Black Book: Chapter One”.

Una volta terminata l’introduzione cui accennavo prima, in cui il profumo di Black Sabbath si fa largo inesorabilmente salvo poi stemperarsi in un intervento narrato, si viene catapultati nella debordante “They…Among Us” che, invece, trasuda NWOBHM da tutti i pori: il basso di Dario detta i tempi con le sue rombanti pulsazioni, contendendo la scena alla chitarra rovente di Tiziano, mentre la batteria di Francesco sostiene il gruppo caricandolo a mille; sopra tutto e tutti, la voce splendidamente retrò dello stesso Tiziano. Ottimo inizio, non c’è che dire. Con la successiva “Victims” si punta ancor più sull’impatto, grazie a una traccia che sembra uscita dalla penna di Harris e soci, semplice nel suo incedere ma incredibilmente coinvolgente. L’incursione strumentale non fa che confermare la carica eroica del pezzo, chiusa in perfetto stile Maiden. “Eric the Conqueror” parte ritmata, dominata dal solito basso insistente e da backing-vocals che tanto mi hanno ricordato gli Ironsword, e nel corso dei suoi otto minuti e mezzo si permette anche il lusso di inserire qualche arpeggio più solenne e disteso per spezzare l’incedere cavalcante, mentre “Midnight Traveller” si tiene su tempi più scanditi accelerando solo in prossimità del finale, e gioca sul sicuro con melodie semplicissime (e anche un po’ abusate, per dirla tutta) ma sempre efficaci. Ben più movimentata è “Turn on the Fire”, inno battagliero dominato da chitarre aggressive sorrette a loro volta da una sezione ritmica altrettanto caciarona. L’aggressività si tinge di trionfalismo durante il ritornello, in cui le melodie strizzano l’occhio a un certo power metal prima di farsi fagocitare di nuovo nel vortice dei riff e delle power chords, almeno fino all’arrivo della sezione solista molto d’effetto e del finale tutto epicità e fierezza.
Lo sciabordio del mare, lo scricchiolio del sartiame e i rumori di colpi sparati da antiche pistole introducono la traccia successiva, opportunamente intitolata “Pirate Song”: l’incedere della traccia ricorda, neanche a farlo apposta, ciò che di bello fecero in passato i gloriosi Running Wild, sebbene il tiro dell’italico trio si mantenga su ritmi meno furenti e più trionfali rispetto ai corsari tedeschi. La melodia di base si mantiene molto semplice e lineare, per una canzone anthemica e coinvolgente in cui il basso reclama più che altrove il suo spazio e che dal vivo mieterà di certo consensi. E dopo il mare si passa alle highlands, che entrano prepotentemente in scena grazie alle cornamuse di “On the Divine Battlefield”, sostituite poi da una melodia più aggressiva ma altrettanto sontuosa. I ritmi si mantengono piuttosto agili, intervallati da un ottimo quanto breve rallentamento che impenna il tasso di epicità del brano appena prima del frenetico assolo che riapre la strada alla melodia portante e a quello delle cornamuse, che irrompono nella scena giusto in tempo per il finale (anche se il loro contributo all’economia del brano mi è sembrato troppo forzato, appiccicato alla vera canzone in modo troppo poco organico). La chiusura dell’album è affidata a “Angel Martyr”, che coi suoi riff e le sue ritmiche adrenaliniche torna a diffondere nell’aria il profumo della Vergine di Ferro e degli Omen dei tempi che furono, caricando la vena epica durante il sontuoso ritornello.

Niente male davvero questo “Black Book: Chapter One”. Certo, non inventa nulla (ben pochi lo fanno, ormai) e ad un ascoltatore più smaliziato la proposta degli Angel Martyr potrebbe sembrare fin troppo derivativa (il che è vero), ma è anche vero che da ogni nota dell’italico terzetto traspaiono una passione genuina per il metallo della vecchia scuola e una notevole consapevolezza dei propri mezzi. Promossi senza riserve ed ascolto consigliatissimo, soprattutto se siete amanti di gruppi come Iron Maiden, Omen e Saxon.

 
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