Recensione: Brand New Morning

Di Mauro Gelsomini - 10 Settembre 2004 - 0:00
Brand New Morning
Band: Magnum
Etichetta:
Genere:
Anno: 2004
Nazione:
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77

L’attesissimo album della leggendaria band capitanata da Bob Catley e Tony Clarkin è finalmente disponibile.

Si tratta dell’undicesima studio release per gli inglesi, e davvero potremmo parlare di gente per cui il tempo si è fermato: con un’introduzione che può lasciare spiazzati (un rifferama in stile AC/DC) la opener – che è anche la titletrack – dirompe nel più classico e ficcante dei brani dei Magnum, ovvero un pomposissimo e potente hard rock melodico di grande classe,  fuga ogni dubbio perché rilassa ed esalta al tempo stesso, e chiarifica fin dall’inizio le intenzioni della band. Intenzioni che si palesano alla grande con la seguente anthemica “It’s Time To Come Together”, vera e propria dichiarazione di ritrovata unità, con i nuovi innesti, su tutti il bassista Al Barrow, da tre anni con la band. Fin dal principio, dunque, ci si trova davanti a pure magia, quella delle sognanti melodie tessute dalla voce evocativa di Catley, sostenuta impeccabilmente dalla poderosa chitarra di Clarkin e dalle magniloquenti tastiere di Mark Stanway, ormai un membro storico per la sua militanza ultra ventennale nel gruppo. E’ proprio Stanway che raffina brani art prog come “We All Run” e “The Blue And The Gray”, delicati e struggenti; soprattutto il primo si avvicina nelle strofe a certi Kansas, mentre già nel ritornello ritornano prepotentemente gli amati Magnum di Vigilante o Wings Of Heaven. Sul secondo invece dominano le chitarre acustiche di Clarkin e i cori arena-rock di Catley. Da mille e una notte.
Si prosegue coi mid-tempo, ed è la volta di “I’d Breathe For You”, epica nelle atmosfere, semplice nel riff tutto giocato sul botta e risposta tra chitarre e tastiere, che a parte il break centrale in cui Clarkin si diletta in un solo oldfashoned, non smettono mai di seguire i tempi ben scanditi da Harry James, batterista ex-Thunder, entrato in pianta stabile nei Magnum, e in grado di dare la sicurezza di avere lo stesso drummer sia da studio che dal vivo di cui i nostri avevano bisogno (ricordo che se il precedente “Breath Of Life” suonava un po’ debole, era per via della drum machine!).
Il rock’n’roll su cui si basa “The Last Goodbye” nasconde facilmente i deliziosi arrangiamenti (ascoltati le divagazioni dallo standard degli accordi iniziali), anche perché un travolgente refrain sale presto sugli scudi ed entra inevitabilmente in circolo. Sensazionale.
Dal punto di vista compositivo siamo su livelli altissimi, poco lontani dagli stellari “On A Storyteller’s Night” e “Wings Of Heaven”, ma sul lato della produzione i Magnum non riescono ad ottenere quel suono caldo ed avvolgente degli album citati, anzi, la registrazione risulta a volte ruvida, e sono gli arrangiamenti e il pomp di fondo a mascherare certe limitazioni.
I due brani più deboli, “Immigrant Son” e “Hard Road”, dal sound tipicamente Magnum, ma non in grado di coinvolgere l’ascoltatore con le solite melodie dirompenti, vengono sapientemente posti prima del maestoso finale, l’epica suite “The Scarecow”, introdotta da uno spunto quasi prog di Barrow, che lascia ben presto la scena a Stanway per un evocativo tappeto di tastiere. La si snoda quindi in un teatralissimo e cadenzato slow la più classica delle strofe, e in un chorus à la Styx, che non farete a meno di seguire con qualche parte del corpo. Sorprendente lo scherzoso boogie di Stanway prima dell’ancor più spiazzante  finale, di chiara matrice Queen.

Non mi rimane molto altro da dire, se non che li aspetto dal vivo prossimamente – le dichiarazioni sulla rinnovata stabilità della band sono molto promettenti in merito – e che ho aggiunto con soddisfazione anche questo tassello alla discografia di una delle più grandi band di hard rock melodico di sempre.

Tracklist:

  1. Brand New Morning
  2. It’s Time To Come Together
  3. We All Run
  4. The Blue And The Grey
  5. I’d Breathe For You
  6. The Last Goodbye
  7. Immigrant Son
  8. Hard Road
  9. The Scarecrow

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