Recensione: Candyland

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I Theatres Des Vampires mancavano dalle scene dal 2011, anno del loro ultimo album in studio: "Moonlight Waltz". Nel frattempo ne sono successe di cose, il chitarrista Stephan Benfante e, soprattutto, il tastierista Fabian Varesi (con la band sin da "The Vampire Chronicles" del '99) hanno lasciato la formazione. Il gruppo ha, quindi, fatto quadrato attorno agli storici Gabriel Valerio (batteria), Zimon Lijoi (basso) e Sonya Scarlet, promossa a frontwoman indiscussa a partire da "Pleasure And Pain" (2005), anche se già da un paio d'album il suo ruolo era qualcosa di più visibile e importante di una semplice corista nelle retrovie.


Di strada ne hanno fatta i vampiri capitolini, una dozzina di titoli nel carniere, comprensivi di EP tutt'altro che riempitivi, succulente raccolte celebrative e rielaborazioni di canzoni appartenenti al periodo strettamente black della band. Gli esordi parevano aver confinato d'ufficio i TDV nel novero degli epigoni poveri (per ovvie questioni di budget) di blasonati act internazionali della Fiamma Nera, come Cradle Of Filth e Dimmu Borgir. Vuoi anche per una spiccata propensione teatrale, appariscente, financo un po' glamour, dei nostri. Dal 2001 le cose maturano, il sound si arricchisce di sfumature sinfoniche, sempre più indirizzate al gothic metal, sempre meno compromesse con l'intransigenza black. 


Quando Lord Vampyr (fondatore fin dai tempi in cui si chiamavano Sepolcrum) lascia nel 2004 – dopo "Macabria" – ecco la svolta. La band si rigenera, mettendosi alla ricerca di nuove frontiere per meglio definire la propria personalità. Il primo album del Nuovo Ordine Vampirico è "Pleasure And Pain" (2005), che li proietta in una dimensione quasi (new/pop) wave e post metal, in un periodo storico nel quale band come Klimt 1918, Room With A View e Novembre erano le nuove big thing della scena rock italiana, e non solo. La raccolta "Desire Of Damnation" (2007) contiene qualche inedito che evidenzia la tentazione di provare a inseguire i Lacuna Coil su un terreno fin troppo facile. A partire dal successivo "Anima Noir" (2008), i TDV tracciano definitivamente i confini del proprio sound: un gothic metal fortemente interessato a spunti ed influssi elettronici, totalmente dipendente dalle ammalianti seduzioni vocali di Sonya Scarlet, e oramai esplicitamente disinteressato al black metal.


"Candyland" arriva dopo quasi un lustro di silenzio discografico, la band ha inteso evidentemente ricaricare le pile e trovare nuovi stimoli. In parte ciò accade con le 11 tracce contenute in questo ultimo capitolo delle cronache draculesche, sempre meno esoteriche e infernali, sempre più concrete e prosaicamente rivolte ai guasti e agli orrori che l'essere umano è perfettamente in grado di originare da sé, senza intervento alcuno di malevole e immaginifiche creature soprannaturali. Lo spunto deriva da un luogo realmente esistito (Pennhurst), una sorta di sanatorio lager in Pennsylvania, dove bambini ed adulti con turbe psichiche venivano rinchiusi e maltrattati. In particolare una stanza colorata - chiamata Candyland - era il teatro di soprusi e aberrazioni varie. Come contraltare a tanto drammatico realismo, l'artwork dell'album ci restituisce quella voglia di sensualità glamour che ha sempre accompagnato la band nell'era Scarlet.


Stilisticamente il songwriting non conosce sconvolgimenti profondi, è abbastanza in linea con le recenti produzioni, anche se, rispetto a "Anima Noir" e "Moonlight Waltz", si sente inevitabilmente un apporto meno centrale delle keyboards. La band fa di necessità virtù, compatta il sound, che si fa più metal (anche per via della drammaticità dei testi). Non che manchi l'elemento gotico, ma "Candyland" è un lavoro sostanzialmente più robusto e quadrato, a cominciare dall'opener "Morgana Effect", intrisa di ambienti industriali, che riecheggia vagamente certe compressioni rammsteiniane. La scaletta magari non offre il singolo pezzo bombastico che spicca sugli altri (come sono stati “Carmilla”, “Kain”, “Two Seconds”, etc.); piuttosto che concentrarsi sulla hit dal ritornello ossessivo, i TDV preferiscono lavorare su una maggiore uniformità e continuità dell’album, lavorando per rendere “Candyland” un episodio solido e vigoroso nel suo insieme. Diversi i momenti salienti, per quanto mi riguarda potrei citare "Resurrection Mary", "Parasomnia", "Your Ragdoll", "Photographic", "Seventh Room" (con la presenza di Fernando Ribeiro dei Moonspell), oltre alla già menzionata opener.


In definitiva, un album che mantiene in pista i Theatres Des Vampires, i quali forse dopo tre album piuttosto coerenti e imparentati tra di loro avrebbero bisogno di introdurre qualche piccola novità per rinfrescare ulteriormente l'impianto generale. In ogni caso, è un piacere dare il bentornato a questa band - in attività da un ventennio - viva, vegeta, determinata ed intenzionata a dire ancora la propria nell'affollato panorama discografico odierno.


Marco Tripodi

 

 
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