Recensione: Chapter II: Aftermath

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Dopo cinque anni dal debutto Dreaming Awake rilasciato per la label tedesca Massacre, gli svedesi Harmony si ripresentano sulle scene con questo Chapter II: Aftermath, disco che comprende undici tracce di heavy raffinato e di classe, che spazia sapientemente tra velocità e aggressività, tipiche del power, e ricercatezza ed eleganza stilistica, caratteristiche del progressive. La miscela che ne deriva è senza dubbio accattivante ed ambiziosa, arricchita dal songwriting maturo della band e impreziosita dalla tecnica eccellente dei singoli membri. A ben vedere gli anni intercorsi tra il debutto datato 2003 e questa seconda uscita ufficiale sotto il monicker Harmony, non sono passati del tutto sotto silenzio: nel 2007 usciva infatti Calling the Eart to Witness dei Darkwater, gruppo formato per i 4/5 dagli stessi membri degli Harmony (solo il bassista Karl Wassholm non compare nella line-up ufficiale degli Harmony, il cui ruolo è stato ricoperto dal session man Kristoffer Gildenlöw, ex Pain of Salvation).

Iniziamo col dire che le premesse per sfornare un disco che potesse segnare un passo fondamentale nello sviluppo della carriera degli Harmony c'erano tutte: come già detto, la classe cristallina dei singoli componenti è fuori discussione, così come la capacità di creare canzoni dal forte appeal melodico. Non da meno sono le trame chitarristiche, sulle cui armonie vengono costruiti interessanti assoli di chitarra e di tastiera che delineano melodie di evidente impatto ed immediatezza. Quello che a nostro avviso rappresenta il tallone di Achille dell'intero lavoro e che penalizza oltremodo un disco di sicuro valore, è la produzione (ci riferiamo in particolare al suono confuso e poco chiaro delle chitarre), la quale rende addirittura difficoltoso distinguere la successione degli accordi. Probabilmente l'aver registrato le canzoni in diversi studio ha reso poco omogeneo il suono finale. Capitolo a parte va dedicato alla prestazione del cantante Henrik Båth: costui è dotato di una voce limpida, è capace di raggiungere tonalità di tutto rispetto, sa costruire linee vocali eccellenti sotto l'aspetto melodico, però non ha la versatilità per rendere la propria ugola più aggressiva e sporca, per assecondare quei rari episodi in cui il sound, altrimenti piuttosto lineare, si fa più intraprendente e grezzo. Avremmo preferito una maggiore incisività dalle sue corde vocali; la sensazione che invece si ha dopo aver ascoltato il disco è che il buon Båth abbia dato vita ad una prestazione didascalica e di maniera ma poco coinvolgente e sentita.

Detto che le tracce sono tutte qualitativamente di buon livello, segnaliamo l'opener Prevail, molto apprezzabile nel suo incedere dinamico e dotata di un coro molto coinvolgente, la terza traccia Rain con i suoi arrangiamenti sinfonici che danno maggiore ariosità al sound, la ballad Silently we Fade con le sue linee vocali malinconiche e decadenti, la successiva Inner Peace, che vede la partecipazione al microfono di Daniel Heiman (ex Lost Horizon), la traccia finale End of my Road, ritmicamente piuttosto cadenzata e incentrata su un coro molto orecchiabile.

Chapter II: Aftermath è un buon disco di heavy/prog/power metal dalle tematiche cristiane che piacerà sicuramente ai fans di Kamelot, Evergrey e Malmsteen. Peccato per alcune lacune di cui abbiamo dato conto che, se meglio curate, avrebbero potuto regalarci un disco il cui acquisto sarebbe stato vivamente consigliato.

Tracklist:
1. Prevail * MySpace *
2. Aftermath 
3. Rain * MySpace *
4. Don't Turn Away 
5. Kingdom 
6. Silently We Fade 
7. Inner Peace * MySpace *
8. Weak 
9. I Run 
10. Hollow Faces 
11. End of My Road * MySpace *

 
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