Recensione: Coal

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Tornano a farsi sentire i Leprous, uno dei complessi più interessanti ed inclassificabili del panorama avantgarde e progressive scandinavo. Non timbrano il cartellino del full length molto spesso, di solito uno ogni tre anni, ma ogni qualvolta ciò accade è un piacere per le orecchie, così come ogni uscita riesce a spiazzare sia il nuovo venuto come il fan di vecchia data.

Il discorso vale anche per Coal, quarto nato per la band norvegese. Ci si trova infatti, ancora una volta, di fronte a qualcosa di chiara, seppur lontanissima, derivazione black metallica, e pure le influenze, o l'inventiva, è tale da non far balzare alla mente pressoché nessuna band. Gli unici due elementi che balzano all'orecchio sono, nella title track, i riferimenti a Devin Townsend per lo stile cantato, e quelli a Ihsahn, per gli sparuti growl che compaiono qua e là.  Ma il paragone ad Ihsahn andrebbe forse preso con le molle, giacché può essere indotto dal fatto che i nostri sono la band che accompagna l'artista durante le esibizioni live, per quanto riguarda la proposta musicale infatti Coal differisce profondamente sia da After che da Eremita.

Ma dunque, se dobbiamo imbrigliare questa nuova prova dei coal, che parole possiamo scegliere? Senza dubbio né timore possiamo dire che si tratta di un'impresa difficile, sebbene la materia trattata, sia tutt'altro che complessa. Anzi, al contrario, le otto composizioni qui presentate si caratterizzano tutte per una struttura molto semplice e dilatata (da qui la lunghezza di diversi brani), che poco o nulla ha da spartire e col progressive e col black metal, incluso quello di seconda generazione.

Indiscutibilmente certi riff sono presi dal black (forse gli Enslaved di Isa), così come l'utilizzo di certe tastiere rarefatte è proprio del prog, ma quel che ne esce è inaudito, ed incoronato dalla prestazione vocale dei due cantanti, in grado di svariare su un'incredibile moltitudine di registri, soprattutto per quanto concerne il clean, che in questo disco è quanto mai preponderante. Ne vengono fuori brani che sono autentici capolavori, The cloak, The Valley, in cui il cantato in falsetto si inserisce alla perfezione sulle tastiere e dilatate e le chitarre cariche di tensione. Spiazza, incanta, conquista, trascina in un mondo malinconico e visionario.  Due pezzi fuori dal tempo, due pezzi che non dimenticheremo facilmente.

Spiazza anche Chronic, decisamente più elettrica, per il suo grande trasformismo, pure va detto che questo brano potrebbe risultare penalizzato dalla voglia di strafare.

Venendo poi ai lati negativi, bisogna dire che questo disco, pur non avendo una nota fuori posto, non decolla mai veramente. A parte i due pezzi citati in precedenza infatti, l'attitudine marcatamente melodica qui scelta dai nostri, non si traduce in un songwriting sufficientemente solido e non si marchia a fuoco nelle orecchie dell'ascoltatore. Al contrario, cerca di fare presa su una ripetizione che vorrebbe essere ipnotica, ma che il più delle volte riesce sfibrante - la opener Foe in primis, in misura minore anche The echo.

Preso atto di tali punti ed ignaro di quali effetti possano ingenerare gli ascolti dei prossimi mesi, mi vedo costretto a far rientrare Coal in una cerchia strettissima di dischi. Ovvero quella del disco assolutamente geniale a cui però manca un qualcosa, una scintilla di vita. In questa categoria, ad ora, rieantravano solamente due dischi: Vilosophe dei Manes (con Diving with your ends up bound al posto di The valley) e Woodland prattlers dei Mechanical poet (top song: Natural quaternation). Dischi che ancora oggi ripesco ogni tanto eppure ad ogni ascolto lasciano un retrogusto amaro, come se gli mancasse un qualcosa che li avrebbe potuti rendere autentici patrimoni dell'umanità e non solo uscite di culto. Non escludendo la possibilità di trovare una quadratura del cerchio, ad ora, temo che la storia di Coal sarà simile. Avrebbe potuto essere la perla tra le perle della discografia dei Leprous, ma...

Tiziano Vlkodlak Marasco

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