Recensione: Conqueror's Oath

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A tre anni dal precedente “The Revenant King” tornano alla carica i Visigoth, quintetto dello Utah attivo dal 2010 e dedito a un heavy metal classico, eroico e cafone, pervicacemente legato alla scena degli anni ’80. La nuova fatica dei guerrieri di Teodorico si intitola “Conqueror’s Oath”, e non si discosta più di tanto dalle coordinate stilistiche del suo predecessore, tanto care ai nostri e conditio sine qua non per legioni di defender: largo quindi a ritmiche battagliere e cori virili, melodie possenti e orecchiabili, arpeggi sentiti e power chords caciarone dispensate con una certa insistenza, il tutto sovrastato dal vocione imperioso di Jake Rogers. In realtà, in quest'ultima fatica, pare che i nostri abbiano reso leggermente meno tetragona la loro proposta per aprirsi a melodie più ariose che potrebbero far storcere il naso agli integralisti più duri e puri per la loro vicinanza a un certo power, ma fermo subito le rimostranze di chi etichetterà “Conqueror’s Oath” come una mera ruffianata per conquistare nuovi fan. Niente di più falso: la nuova fatica dei nostri barbari d’oltreoceano, infatti, si mantiene su ottimi livelli e possiede le qualità per essere apprezzata dall’utenza metallica tutta grazie a una proposta sempre dinamica e avvincente che, nonostante l'alleggerimento di cui sopra e la sua tendenza a indulgere un po’ troppo spesso nei territori del trionfalismo di facile presa, si mantiene comunque giustamente altezzosa senza sbracare nella becera coatteria che ci si aspetterebbe, invece, da un album con un artwork così squisitamente retrò.

Partenza cafona con “Steel and Silver”, inno grintoso e ignorante quanto basta per legittimare l’oliatura dei muscoli a favore di camera: il fantasma di Ronnie James aleggia insistentemente sulla prestazione del gruppo e soprattutto su quella vocale di Jake che, se durante la strofa non perde occasione per richiamare il celeberrimo folletto del metal, si lascia spalleggiare durante il ritornello da cori maschi che, nella loro tracotanza, rompono subito gli argini della spavalderia musicale. Un riff minaccioso e classicissimo introduce “Warrior Queen”, brano dall’incedere stradaiolo, cromato, dominato da parti corali squillanti e stentoree. Il brano si carica di eroismo spinto nella sua parte centrale, salvo poi adagiarsi su un tappeto più rilassato prima del finale di nuovo tracotante. Apertura combattiva anche per “Outlive them All”, traccia frenetica che profuma della verve intrepida degli storici Heavy Load, caricata a pallettoni dai nostri americani che puntano tutto su melodie estremamente accattivanti e ritmi pressanti. La successiva “Hammerforged”, invece, rallenta di poco le velocità per fare dell’epica più ostentata e a tratti quasi caricaturale il suo marchio di fabbrica: nonostante il puzzo di caciaronata ristagni un po' per tutta la durata della traccia, "Hammerforged" si dimostra comunque piuttosto appetibile per via della sua orecchiabilità e di un andamento, comunque, per nulla fastidioso, e si dimostra un’ottima apripista per “Traitor’s Gate”, a mio avviso una delle più rappresentative della musica dei Visigoth, che si apre con un arpeggio soffuso a sostenere una voce sentita e carica di pathos. Il resto del gruppo entra in scena dopo circa un minuto e mezzo sviluppando la traccia, com’era prevedibile, come una cavalcata eroica dalle ritmiche quadrate e i toni aggressivi, inframezzate da fraseggi più groovy e un assolo a tratti frenetico ma di un certo effetto. La conclusione, naturalmente maestosa, traghetta l’ascoltatore verso la spiazzante “Salt City”: canzone stradaiola e frizzante che abbandona (ma non del tutto) la carica eroica delle tracce precedenti per dispensare tonificanti bordate di sano hard rock dalle robuste inflessioni blues. Nonostante la sua palese estraneità al contesto di un album come “Conqueror’s Oath”, la traccia non mi ha dato affatto fastidio, anzi: anche la sua collocazione è risultata azzeccata, poco prima dei botti finali, rendendola una simpatica sferzata d’aria fresca per riaccendere l’attenzione degli ascoltatori più svogliati prima di rimettersi in riga. E come potrebbero mai tornare in riga i nostri? Semplice, con l’assalto cromato di “Blades in the Night”, canzone tirata ed avvincente figlia di ritmiche serrate e cafonaggine a sacchi, in cui la tipica baldanza dei nostri si scontra con melodie incredibilmente catchy; la sezione centrale rallenta un po’ i ritmi per concedere un breve riposo pigiando sulla carica anthemica prima del finale, che torna incalzante.
Chiude “Conqueror’s Oath” la quasi title-track, marcia rocciosa e carica di pathos in cui si respira l’aria solenne e sulfurea di certo epic metal dei primi anni ottanta e con cui i Visigoth si congedano dal loro pubblico ponendo il sigillo su un lavoro molto ben eseguito, carico di passione e dal tiro giusto, in cui la coatteria sonora, seppur sempre presente, non è mai eccessiva e si sposa molto bene con una digeribilità di fondo più accentuata rispetto al suo predecessore e che non guasta affatto, permettendo a album come questo, che sulla carta sembrerebbe solo per i defender più sfegatati, di far breccia nel cuore di una fetta d’utenza molto più estesa senza per questo svendersi ai facili consensi.
Ben fatto, signori.

 
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