Recensione: Cruel Magic

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Chi mi conosce sa che scrivere di musica metal è sempre stata la mia più grande passione, e quando mi metto di buona lena mi piace farlo bene premiando, quando le circostanze lo consentono, quei complessi che nel tempo ho amato alla follia. Tra tutti i miei ascolti in gioventù, quello che ha occupato la maggior parte del mio tempo è stata la N.W.O.B.H.M. che, seppure ne abbia vissuto direttamente solo la coda finale, ha sempre destato parecchio la mia attenzione. Parte finale in cui gli Iron Maiden con Piece of Mind e i Def Leppard di Pyromania avevano già spiccato il volo verso il successo planetario e molte altre band stavano suonando qualcos’altro di più radiofonico e raffinato, mentre i soli Venom portavano avanti la bandiera dell'estremo a testa alta ma si elettrizzarono con le loro stesse mani solo due anni dopo. Tra tutte le formazioni del tardo Giurassico ‘83, quella che sicuramente mi restò nel cuore fu quella dei Satan, band nata alcuni anni prima, ma giunta tardi al debutto discografico tramite l'onnipresente Neat. Una band in cui era confluito il cantante dei Blitzkrieg, tal Brian Ross!
Il loro debutto “Court In the Act” fu un disco clamoroso, la créme de la créme che poteva produrre con un ultimo sforzo la terra d'Albione. Un disco che ascoltai (senza plurale maiestatis) centinaia di volte! Ma qualcosa non funzionò a dovere e, tra abbandoni e ritorni, attività interrotta e cambi di cantante e nome (Blind Fury prima, passando dai Pariah per poi tornare al monicker iniziale) la memoria dei Satan si perse nella notte dei tempi, diventando, per qualcuno, leggenda! 
Ora è tempo del terzo prodotto discografico post-reunion e sappiatelo sin da subito: questo è un disco tipicamente 'inglese': fatto in Inghilterra e concepito in Inghilterra ma mixato, come i precedenti due, da Dario Mollo, qui da noi a Ventimiglia. 
Questo disco non possiede i suoni bombastici che Andy Sneap ha dato agli Accept prima e ai Judas Priest con Firepower poi per farli rimanere ancorati a forza nel contemporaneo e questo disco non ha neppure suoni volutamente retro' coi quali farebbe acqua da tutte le parti. 
Cruel Magic ha suoni 'giusti' , 'adatti' e perfettamente sincronizzati con le esigenze della band. Non è un disco che dev’essere per forza contestualizzato nel 2018, poteva uscire ora come nel 1987 e nessuno si sarebbe meravigliato! Non necessita di 87.000 ascolti per essere interiorizzato a menadito come se si trattasse di un disco dei Dream Theater e neppure deve stupire per forza come fosse un nuovo lavoro dei Maiden, anche se questo ‘stronzo’ suona dannatamente vicino al periodo Powerslave di Harris & soci. Le nuove canzoni sono simili e intercambiabili con quelle presenti sia su Life Sentence (2013) che su Atom By Atom (2015), non c’è così grossa differenza. Quindi, avendo assegnato ben due 9/10 a quei due dischi precedenti, avrete sicuramente un quadro chiaro del materiale di altissimo livello qui presente e sapete anche cosa vi troverete di fronte. I brani in questione, al di là dell'ovvio miglioramento del suono, le piccole differenze come il leggero allungamento complessivo della durata, la migliore interpretazione vocale di Brian Ross rispetto a quanto ascoltabile ultimamente e qualche finezza negli arrangiamenti,non cambiano affatto la sostanza della musica. Cruel Magic è una tappa importante per gli inglesi anche dal lato formale, dato che sancisce il passaggio dalla Listenable francese alla più importante Metal Blade che, senza troppi indugi, riporta in carreggiata con un nuovo contratto i Geordies, che in questo strascico di fine carriera non vogliono farsi mancare proprio nulla. Tra le note di cronaca devo assicurarvi che la formazione è rimasta quella originale e vede un ottimo Brian Ross alla voce, i due funambolici della sei corde Russ Tippins e Steve Ramsey e la collaudata sezione ritmica formata da Graeme English (basso) e Sean Taylor (batteria). 
Cruel Magic è una macchina da corsa truccata a dovere e fatta girare a mille su un circuito sempre più articolato da questi esperti piloti che, a dispetto del loro monicker, sono tutto fuorché demoni pieni di rabbia e rancore, bensì preziosi chirurghi del pentagramma musicale dall'alto profilo. 
I Satan sono la riprova ennesima che, a conti fatti, la scena metal inglese è sempre di prim'ordine. E' la cultura della popolazione stessa e del suo governo che necessita di prevalere sugli altri, in qualsiasi campo, e se l'Heavy Metal l'hanno inventato loro un motivo ci sarà. Com’era più che lecito attendersi, ci troviamo di fronte a un prodotto maturo, scritto come si deve e ultra-professionale in ogni suo aspetto, con la seconda parte che si fa preferire leggermente alla prima (anche se la quarta traccia: "Legions Hellbound" è da cardiopalma), lasciando l'ascoltatore con la sensazione piacevole di un disco strutturato in crescendo. L’album difficilmente avvicinerà nuovi adepti alla loro causa, ma certamente la sua buona qualità darà piena soddisfazione e un’iniezione di orgoglio ai vecchi fan che sono molti e nuovamente molto ben disposti nei loro confronti. L’obiettivo della band era quello di fare un buon lavoro e scrivere delle buone canzoni. Buone abbastanza da essere suonate in concerto con rinnovato entusiasmo. L’obiettivo è stato raggiunto, i Satan sono ancora vivi e sulla strada…

In pratica, uno dei migliori album di metal classico inglese... e scusate se è poco! 

 
88