Recensione: Crush the Sublime Gods

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Provengono dalla Svezia e lo fanno urlando come bestie inferocite, latrando contro il mondo la loro rabbia e la loro attitudine da strada. Sono i Dr. Living Dead!, quartetto di buone speranze appena passato sotto contratto con il colosso Century Media Records. Ed ecco qui, nel lettore, scorrere l'acido contenuto musicale di "Crush the Sublime Gods", terza fatica discografica dell'esemble proveniente da Stoccolma. Ennesima conferma di quanto la scena svedese contemporanea sappia generare artisti su artisti, di ogni genere ed estrazione stilistica.
I Nostri ci sanno fare. Parliamo di thrash metal/crossover, quello iper caricato di sezioni hardcore. Immaginate una sorta di crossover tiratissimo, sguaiato, senza troppi accorgimenti compositivi né orpelli raffinati. Tante le affinità con i Nuclear Assault, veri maestri immortali di questo modo di approcciare al thrash metal.
Sembrerà paradossale, ma i Dr. Living Dead!, per quanto possano essere circoscritti nel movimento appena citato, ed assomigliare parecchio alla band di Lilker & Co., riescono comunque ad essere 'personali' nella loro proposta. A differenza di quest'ultimi, sia le più grandi band thrashcore del passato, sia quelle crossover, avevano comunque marcato a fuoco il genere con uno stile riconoscibile. Dopo quest'ultime, in molti hanno tentato l'emulazione apparendo, il più delle volte, dei meri cloni, a volte patetici, altre inconcludenti.
I Dr. Living Dead! invece riescono nel difficile compito di distinguersi. Le ritmiche non sono pure sfuriate, ma sanno anche accennare, senza eccedere, un groove coinvolgente. Il cantato è 'limpidamente tagliente', e pure espressivo. I riffoni di chitarra sono semplici, ma tanto, tanto efficaci. E spaccano di brutto! Immaginateveli dal vivo...
Il tutto suona quindi spontaneo e fresco, sebbene, ci ripetiamo, non viene inventato nulla che non sia già stato instradato a suon di calci in culo dai grandi del passato, sopratutto da quel manipoli di marcissimi geni che scorazzavano tra i pub sotterranei della scena East Coast statunitense di fine anni Ottanta.
Limiti? Sì, ce ne sono. Pochi assoli ed una produzione troppo perfetta che, anziché aiutare il disco ad esprimersi per quello che vorebbe essere, lo rende ovattato e limitato nella carica esplosiva che roboa nel suo sottofondo ritmico.
"Crush the Sublime Gods" dovrebbe quindi esser considerata una piccola gemma del panorama thrashcore attuale, ma necessita ancora di qualche lucidata a suon di profumato gasolio per poter brillare come merita. Questione di esperienza, anche in sala registrazione... Ma ci siamo!

Nicola Furlan

 
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