Recensione: Dance With Devils

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Terzo album, fresco fresco di pubblicazione, per i toscani Deathless Legacy, nati una decina di anni fa come cover band dei Death SS e ribattezzati dallo stesso Steve Sylvester quando, per i nostri, giunse il momento di abbandonare il vecchio nome (Deathless) per iniziare a presentare qualcosa di personale. Di fatto, da quel momento in poi, la proposta del cospicuo ensemble (sette membri totali, tra musicisti effettivi e performers) si è sempre più allontanata dal gruppo tutelare fino a sfociare, con questo “Dance with Devils”, in un heavy sinfonico decisamente enfatico (anche grazie a una produzione forse troppo sbilanciata in favore delle tastiere di Alessio, a volte davvero opprimenti) più vicino al gothic che all'horror metal. Ciò che, invece, accomuna ancora i nostri pisani alla ben più celebre band di Steve Sylvester è sicuramente l'interesse per l'occulto e l'esoterismo, piuttosto evidente anche dall'impalcatura simbolica esibita nell'artwork di "Dance with Devils"; a questo si aggiunga pure l'amore per la teatralità in sede live, qui garantita dalle due performers che, con le loro movenze in scena, abbinano la danza alla musica del gruppo. A condire il tutto l’istrionica Steva (Sylvestra?), la carismatica front-woman che tiene in riga tutti con la sua voce graffiante e sanguigna.

Dopo l’intro sinfonica d’ordinanza, dominata da sinistri rumori (che torneranno puntualmente in ogni traccia, seppur con alterne fortune) e dal suono austero dell’organo, si parte a spron battuto con “Join the Sabbath”, ottima traccia in cui un inizio minaccioso si fonde con schegge melodiche a loro modo quasi scanzonate e un incedere vocale circense, il tutto legato dalla magniloquenza del ritornello ed improvvisi rallentamenti assai più torvi. Accorrete, signori, lo spettacolo sta iniziando.
Partenza più hi-tech per “Heresy”, scandita da ritmiche quadrate e un approccio vocale che mi ha ricordato per certi versi Morgan Lacroix del periodo “A Whisper of Dew”: la struttura semplice della canzone viene impreziosita dal lavoro delle tastiere, che si limitano per la maggior parte del tempo ad aleggiare qua e là donando al tutto un alone sinistro, salvo poi puntare i piedi e prendersi l’attenzione che meritano durante il brevissimo assolo poco prima del finale.
I gridolini e le smorfie di un consesso di streghe introducono, in modo (spero) sfacciatamente goliardico, “Witches’ Brew”, che dopo questo siparietto degno di uno speciale di halloween di Shrek si rimette in riga, pigiando sull’acceleratore e presentando ritmi frenetici ed ottimi intrecci tra chitarra e tastiere. Steva giocherella con la voce, che si fa ora battagliera, ora distesa, ora gradassa, mentre il resto del gruppo picchia il giusto confezionando una delle canzoni migliori dell’album, rabbiosa e immediata, che di sicuro farà sfracelli dal vivo. Il rumore del vento e una tetra melodia preparano la strada a “Headless Horseman”, il cui respiro cinematografico ricorda le atmosfere del Danny Elfman dei tempi d’oro. La nenia iniziale torna a farsi sentire di tanto in tanto, scivolando tra un riff e l’altro e stemperando la magniloquenza (forse un po’ pacchiana) del ritornello, mentre durante l’intermezzo più romantico che prelude il finale si sente di nuovo il profumo della band di madame Lacroix. “The Black Oak”, tutta giocata su ripetuti cambi di ritmo, si apre con un bel riff grosso che lascia presagire una robusta cavalcata, salvo poi svanire nel sottobosco sonoro per lasciare il posto, durante la strofa, a una melodia maligna dominata dalla voce insinuante e schizoide di Steva. I toni si alzano di nuovo nel ponte, col gruppo che torna a pigiare il tasto della maestosità e si fa via via più aggressivo, fino a sfociare nel ritornello forcaiolo. Più o meno lo stesso discorso si potrebbe fare per la successiva “Lucifer”, in cui a una strofa più compassata corrisponde una leggera alzata di toni nel ritornello, se non fosse per la maggior propensione di quest’ultima a mescolare atmosfere e umori diversi, ora maligni ora romantici, aggiungendo al tutto qualche richiamo agli horror italiani degli anni ’70.
Le evoluzioni di un violino zigano introducono “Voivode”, dedicata al vampiro più famoso della storia. Le ritmiche tornano a farsi aggressive, col violino che si intromette di tanto in tanto nello strapotere delle tastiere alleggerendone solo di poco l’ingerente magniloquenza: alla chitarra (relegata un po’ troppo in sottofondo) non resta altro se non un piccolo spazio durante l’assolo e un gran lavoro ritmico. Questo respiro orchestrale torna a farsi sentire nella successiva “Curse of the Waltz”, nella cui apertura affiora il gusto teatrale dei nostri: il brano alterna passaggi maestosi ad altri più smaccatamente heavy, con la chitarra che torna contendere il primo piano alle tastiere e Steva che sfrutta i suoi toni meno rauchi. “Devilborn” parte subito in quarta sguinzagliando le onnipresenti tastiere, che alternano via via melodie magniloquenti e ariose ad altre più fredde e sintetiche: purtroppo, nonostante un andamento piuttosto agile ed un tiro mirato alla riproposizione dal vivo, il brano risulta piuttosto anonimo e nemmeno l’alternanza tastieristica di cui sopra basta a risollevarne le sorti.
La chiusura dell’album è affidata a “Creatures of the Night”, introdotta dalle note scanzonate di un organetto che via via cede il passo a melodie ben più robuste e ficcanti senza mai abbandonare del tutto la scena. A dispetto del passo falso precedente, qui i Deathless Legacy raddrizzano il tiro e confezionano una traccia decisamente godibile e ben fatta, in cui la vena ironica del gruppo si amalgama alla perfezione con i passaggi più seri e stempera un po’ dell’eccessiva enfasi trapelata durante l’ascolto dell’album.

Se è vero che il terzo album costituisce, tradizionalmente, il cosiddetto punto di non ritorno per un gruppo (e ne sancisce la definitiva consacrazione o ne stronca definitivamente le aspirazioni) i nostri toscani possono dormire sogni tranquilli: “Dance with Devils” è un lavoro compatto e solido, che costituisce un ulteriore tassello nel percorso musicale del gruppo e ne consolida ancor di più le basi. L’album si ascolta tutto d’un fiato senza mai annoiare e piazza anche un paio di zampate niente male, quindi alzo il pollice in loro favore, nell’attesa di vederli dal vivo.

 
70