Recensione: Death Gods

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Nessun compromesso, nessuna pietà: “Storming The Death Gods” è l’assalto all’arma bianca che fa immediatamente comprendere la ferocia (sonora) che alimenta “Death Gods”, quinto full-length dei finlandesi Deathchain; specificamente concepito per non fare prigionieri.

Death metal violentissimo, grezzo, preistorico; esagerato nella sua forza dirompente.

K.J. Khaos, vocalist folle e scellerato dall’ugola ipertrofica, violenta metaforicamente il microfono con un growling la cui aggressività è spinta ai massimi livelli delle possibilità umane. Blast beats a ondate come in una mareggiata forza 10, alternati a mazzate sulle pelli in 4/4 per appesantire, semmai ce ne fosse stato ancora bisogno, la forza d’urto del suono prodotto dal quintetto di Kuopio. Il rifferama, marcio e dall’afrore, anche, di thrash ignorante, rimanda spesso e volentieri le sequenze degli accordi alla vecchia scuola sia del death sia del thrash medesimo.
Del resto, i Nostri sono in giro dal 2001 – ma i singoli membri masticano metal estremo da almeno vent’anni – , per cui questo era un aspetto che ci si poteva aspettare con relativa se non assoluta certezza. Tale lunga militanza negli act più empi e blasfemi mutua in “Death Gods” un mood raggelante, tenebroso, buio, corrotto sino al midollo; in un luogo ove la luce è tenuta accuratamente lontana dal claustrofobico antro in cui si muove l’ensemble nordeuropeo.    

Echi provenienti dalle creature più empie dei Possessed e dei Morbid Angel trafiggono le canzoni di “Death Gods”; pezzi che si raggrumano in un materiale dall’alto peso specifico, grezzo e involuto.
Ciò non significa che anche la tecnica strumentale sia altrettanto minimale e primordiale. Anzi, tutta l’esperienza passata nel genere si sente, e i Deathchain mettono già la loro ferocia mediante un sound esplosivo e ordinato. Profondo nell’estesa gamma delle frequenze, caldo e irresistibilmente trascinante verso i più sperduti stati di allucinazione (“The Lion-Head”). Anche quando il ritmo si mantiene su livelli più sopportabili (“Howling Of The Blind”), la cattiveria resta immutata; arrotolata dalle sinuose spire del basso di Kuolio che ipnotizza l’ascoltatore per sferrare, poi, l’attacco decisivo.
 
Inoltre, l’ensemble si dimostra tutt’altro che sprovveduto anche per quel che riguarda il songwriting. Già detto delle fast song, la conclusiva “Cthulhu Rising”suite di oltre dodici minuti – svela un’inaspettata classe e capacità di variare le linee musicali nel rispetto della propria personalità. Le melodie arcane, i cori innominabili, l’odore di salsedine, i rintocchi del gong danno origine alle più forsennate fantasie di H.P. Lovecraft, scomparendo nel Mælström dell’ipercinetico break centrale, piano di rabbia e furia scardinatrice. Le accelerazioni sono davvero brutali, e lasciano ben poco spazio al ragionamento: la furia degli elementi si scatena da un momento all’altro senza alcun preavviso, travolgendo tutto e tutti. Con che diventa un’impresa difficile annoiarsi.

Nessun compromesso, nessuna pietà, si premetteva all’inizio. “Storming The Death Gods” è, infatti, ferocia allo stato brado. Ferocia incanalata con fatica dal missaggio e dalla produzione, che comunque offrono un disco leggibile in ogni frangente. I Deathchain sono l’ideale per chi vuole demolire le tramezze della propria camera. Da evitare, invece, se la propria filosofia musicale non può prescindere da opere aventi caratteri di progressione e/o innovazione: tutto quanto registrato nel platter suona, difatti, di dejà vu.
Difetto o pregio, fate vobis

Daniele “dani66” D’Adamo


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Track-list:
1. Storming The Death Gods 4:56    
2. Scimitar 4:23    
3. The Crawling Chaos 4:26    
4. The Lion-Head 5:09    
5. We Are Unearthed 6:33    
6. The Beyond 4:15    
7. Howling Of The Blind 6:00    
8. Cthulhu Rising 12:13

Line-up:
K.J. Khaos – Vocals
Corpse – Guitar
Cult – Guitar
Kuolio – Bass
Kassara – Drums
 

 
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