Recensione: Dies Irae

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Con il precedente, primo lavoro di una carriera cominciata nel 2007, il demo “Carved” del 2009, l’omonima band spezzina – seppur confortata dalla presenza di tre soli brani – aveva lasciato intravedere un potenziale tecnico/artistico di tutto rispetto e, anche, foriero di buone cose, da lì a venire. E così difatti è stato poiché “Dies Irae” è l’Opera Prima, si spera, di una lunga serie di lavori atti a rendere concreto quel potenziale.

Non a caso, il contratto stipulato con la Bakerteam ha fatto sì che la registrazione e il missaggio siano avvenuti in Italia mentre la finitura, cioè la masterizzazione, sia stata trasferita negli esperti Chartmakers Studio (Rammstein, Volbeat, Apocalyptica), in Finlandia.

A parte questi dettagli, comunque di non secondaria importanza, l’aspetto più interessante della vicenda è insito nel fatto che i Carved non abbiano modificato nemmeno di un millimetro l’impostazione musicale primigenia, cioè quella che aveva segnato “Carved” nel profondo. Un’impostazione basata sul death metal melodico, non ‘gothenburg-iano’, che coinvolge con decisione altri elementi provenienti da generi sempre bazzicanti l’ambito estremo del metal, ma certamente diversi da quello principale. Generi come black, viking, folk e, ultimo ma non ultimo, gothic. Questo che, allora, potrebbe essere solo un guazzabuglio stilistico senza capo né coda, si tramuta nel personale marchio di fabbrica del combo ligure. Sì, perché l’indubbia bravura dei nostri si fa vedere nella lucida fase ideativa delle musiche e in quella meramente esecutiva. Ma, soprattutto, ove è necessaria una gran chiarezza mentale e una coesione assoluta fra i membri della band. Per far sì, appunto, che il prodotto finale suoni senza ombra di dubbio... à la Carved.     

Ecco, allora, che nell’ambito di una proposta musicale caleidoscopica pur tuttavia costantemente coerente con i principi cardine fissati a monte di tutto, non appare mai fuori luogo alcun elemento eterogeneo come, per esempio, il breve brano di musica classica (“A New World (Postludium)”) posto alla fine del disco. Così come sono ben incarnati nel groove sia le vocalizzazioni femminili (“Echo Of My Cinderella (The Final Symphony)”, “At The Gates Of Ice”), sia le abbondanti e vaporose vesti cucite dalle tastiere (“Enter The Silence”, già presente in “Carved”).

A omogeneizzare tutti questi richiami, queste influenze, queste intrusioni e queste divagazioni dal leitmotiv, ci pensa Cristian Guzzon con il suo growling roco, rabbioso e sporco che, come la colla a presa rapida, fa sì che l’insieme di note, accordi, melodie, non si disperda nel vuoto, vanificando un’idea di base assai valida. Proprio in occasioni delle strofe affrontate con piglio feroce da Guzzon si possono apprezzare i momenti in cui i suoi compagni spingono il piede sull’acceleratore, come nella rutilante “Black Lily Of Chaos” (anch’essa già presente in “Carved”). Nondimeno, l’umore melanconico che accompagna le canzoni del platter – ben espletato nel disegno di copertina – rappresenta un valore aggiunto che regala un flavour decadente al CD, amplificandone l’impatto emotivo come in “The Perfect Storm”.   

Valutate nel complesso, però, le nove composizioni di “Dies Irae” danno la netta sensazione che possano migliorare, e anche di parecchio, come maturità di scrittura. Appaiono ancora indietro, per capire, alla completezza di uno stile che ormai si può considerare definitivo, per i Carved. Ascoltando molte volte il platter, in sostanza, rimane in testa il ‘Carved-sound’ per via della sua indubbia se non originalità, almeno particolarità. Dei pezzi, al contrario, riesce difficile fissare qualcosa di davvero straordinario.   

Non rimane che concludere giudicando “Dies Irae” come primo passo di una carriera che, se la creatività fluirà in maniera più consistente e continua nell'anima dei Carved, non potrà che regalare loro delle insperate quanto gradite sorprese.

Daniele “dani66” D’Adamo

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