Recensione: Ebony Tower

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L’anno in corso ha creato parecchi rintocchi di metallo nero provenienti da svariati angoli del globo terracqueo: Francia, Polonia, Finlandia e soprattutto Svezia hanno rilasciato uscite di qualità medio/alta e gli amanti delle sonorità più estreme hanno finora avuto pane per i loro affilatissimi canini. Nel frattempo, nella sonnecchiante Norvegia, in una miniera di Trondheim veniva trovata una pietra, e da qui partì la sua lavorazione. Sono cinque i passaggi che trasformano un diamante grezzo in un pezzo finito, andiamo quindi con ordine.

1. Marcatura, ovvero la fase in cui si esamina la pietra per capire come massimizzare dimensione, qualità e profitto.

Si possono considerare i Mare come un super gruppo? Assolutamente si, in quanto i componenti della band hanno militato o militano in band del calibro di Vemod, Behexen, One Tail One Head, Whoredom Rife e chi più ne ha più ne metta. La pietra grezza si presenta quindi con un ottimo biglietto da visita e ha al suo interno tutte le caratteristiche per poter diventare una gemma di assoluto valore; dopo tre pietruzze di prova, il filone di Trondheim ha offerto due oggetti di discreto valore poi tramutati in Throne of the Thirteenth Witch del 2007 e Spheres Like Death del 2010. Questo ritrovamento è però  piuttosto grosso ed è il primo di queste dimensioni.

2. Clivaggio: bisogna spaccare la pietra seguendo la struttura del cristallo e con un colpo secco. A volte i tagliatori studiano una pietra per mesi prima di iniziare.

La linea di demarcazione qui è piuttosto netta e si presenta all’ascoltatore in tutta la sua magnificenza. Il macchinario taglia fuori dal sound dei Mare tutte le venature atmosferiche, melodiche e ariose che oggi vanno tanto di moda e lascia alla nostra lavorazione solo il magma e lo zolfo più puro. Ebony Tower è un disco che trova la sua dimensione nell’oscurità e prende pian piano forma nelle nostre menti come una sconosciuta tonalità di nero, che arriva ad essere plasmata nel nostro immaginario come una tela malsana e un prodotto che fa di tutto per non entrare in uno schema, ed è questo che ogni tanto serve al genere.

3. Segaggio: si utilizza un laser o una lama diamantata per tagliare la pietra nella forma scelta, avendo cura di procedere in senso contrario alla sua struttura interna.

Prendiamo quindi gli stilemi base del black metal e iniziamo a tagliare andando contro corrente: non più vagonate di tremolo nel riffing ma inseriamo arpeggi sinistri, poliritmie e lavoriamo molto sui loop creando un tessuto sonoro che è puro zolfo e che va ad appoggiarsi alla nicchia della nicchia tirandone fuori le idee più valide e corpose. C’è più varietà a livello ritmico e spesso si esula anche dal genere andando a pescare tempi zeppi di accenti e sempre al servizio delle composizioni; non c’è un virtuoso nei Mare ma quattro persone che remano nella stessa direzione per raggiungere un fine comune e si sente. Si inizia quindi a intravedere un sound organico, mai scontato, mai banale e che si inserisce controcorrente anche nella durata dei brani. Sono solo cinque le composizioni di Ebony Tower per un totale di quarantaquattro minuti, bastano e avanzano.

4. Sbozzatura: per dargli una forma arrotondata si fa ruotare la pietra su un tornio, contro un altro diamante, oppure si usa un laser. Questa lavorazione serve a ottenere il taglio più popolare, quello a brillante.

Il cerchio inizia a chiudersi e il prodotto finito inizia a sprigionarsi in tutta la sua spettacolarità. Il lavoro fatto sulle voci è tra i migliori sentiti nell’anno in corso e pesca a mani basse dai capolavori del genere: dalla teatralità di Attila allo sprechtgesang di Aldrahn passando per il semplice growl o scream e possessioni luciferine, la prestazione al microfono è uno dei più grandi punti di forza del disco e sembra provenire da un pozzo tanto quanto essere portata da un fortissimo vento. Il concetto alla base è l’essere rituale e viene reso alla perfezione: ascoltando in cuffia a un certo volume sembra di essere spettatori non paganti di un sacrificio umano sul ciglio di una rupe durante una tempesta. Gli elementi si scatenano e il cielo si tinge di rosso.

5. Sfaccettatura o politura: l’ultima fase prevede la realizzazione di sfaccettature geometriche sulla gemma.

Le finezze del disco sono talmente tante che è difficile sceglierne o elencarne qualcuna; non volendo togliervi la sorpresa ci soffermiamo sulla produzione che, per la musica proposta dai Mare, è semplicemente perfetta. Si sente tutto, ma proprio tutto, persino il basso è perfettamente distinguibile in ogni sua nota ed è merce rarissima nel genere. I suoni, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non sono affatto cristallini ma è stato trovato il giusto equilibrio tra potenza, pulizia e sporcizia e non era di certo facile. I Mare poi ci mettono del loro con una prestazione stellare e in grado di mandare a casa parecchi dischi erroneamente osannati; la maestria assoluta dei quattro di Trondheim risulta ancora più marcata nel momento in cui si sfora nella psichedelia, e in questo caso hanno la rara capacità di disconnettere l’ascoltatore dal mondo per portarlo un po’ dove vogliono loro. Spuntano qua e la cori gotici, accenti sui piatti uno più bello dell’altro, arpeggi, un imprevedibile momento acustico e il finale ambient in bilico tra l’angelico e il demoniaco è un capolavoro. Ebony Tower è un lavoro curatissimo e che non lascia nulla al caso, potremmo definirlo come un parossismo controllato dove tutto è spinto al limite ma con saggezza.

Il diamante, perchè di questo si tratta, viene quindi portato degli uffici della Terratur Possessions, da sempre sinonimo di eccellenza e il cerchio si chiude.

Si può dire tutto sulla Norvegia come si può dire tutto sul black metal, genere spesso osannato ma anche spesso preso per i fondelli e non sempre a torto. Si può però anche dire con assoluta certezza che, quando arriva il momento di fare le cose seriamente e  spostare la famosa asticella, la Norvegia si sveglia come un gigante in letargo e dice quasi sempre presente come se fosse esclusivamente una prerogativa sua. Nel momento in cui questo accade, gli altri possono solo stare a guardare e trarre insegnamento. Il 2018 ci ha portato tantissimi buoni dischi, talvolta anche ottimi; se però cerchiamo quella rara cosa chiamata eccellenza la virata sui Mare è praticamente obbligatoria, perché ci sono ottime probabilità che sia il miglior black metal offerto dal 2018 stesso. Ebony Tower è un disco che non dovrebbe mancare nella collezione di qualsiasi amante dell’estremo, e la cosa disarmante è che stiamo parlando di una proposta che ha ancora margini di crescita. Fatelo vostro.

(Ndr: L’idea della recensione mi è venuta leggendo Il Taglio Di Dio di Jeffery Deaver, le informazioni sulla lavorazione dei diamanti le ho prese da lì.)

 

 
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