Recensione: Eradication

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Dagli Stati Uniti i War Curse si fanno risentire con il loro Thrash, aggressivo quanto tecnico, pubblicando ‘Eradication’, secondo album che segue ‘Final Days’ del 2015 e distribuito attraverso la label Svart Records.

Con il nuovo lavoro la band rimane attaccata a quel modo di suonare tipico della Bay Area, in voga verso la fine degli anni ’80, che unisce rabbia, melodia e tecnica, trasportandolo però ai giorni nostri con l’inserimento di elementi più moderni.

War Curse 500

Testimoniano questo alcuni ospiti di eccezione: Glen Alvelais, chitarrista dei Forbidden del periodo d’oro (ha suonato, giusto per citarlo, nel grande ‘Forbidden Evil’ del 1988) nonché dei Testament, presente nel brano ‘Asylum’,  Kragen Lum, ascia attuale degli Heathen e session man in sede live degli Exodus, che suona nella traccia ‘Serpent’ e Kyle Thomas, singer che ha iniziato la sua carriera nel 1986 con gli Exhorder e che milita ed ha militato in un numero infinito di gruppi, che canta in ‘Deadly Silence’.

I War Curse suonano bene: Jason Viebrooks suona il basso in modo invidiabile ed è un vero motore che macina di tutto, i chitarristi Joshua Murphy e Justin Roth sanno il fatto loro, sia in sede ritmica che solista, il vocalist Blaine Gordon ha grinta da vendere ed una buona interpretazione e James Goetz pesta come un fabbro sulla sua batteria.

Gli ingredienti per produrre un album sopra le righe ci sono tutti eppure quel qualcosa che renderebbe  ‘Eradication’ speciale … manca, rimanendo così un album valido ma, purtroppo, nella media. Dopo averlo ascoltato e riascoltato alla fine, secondo lo scrivente, mancano brani di spicco, quelli che, differenziandosi prepotentemente dal contesto, fanno esaltare ed aumentare i battiti cardiaci; senza questi l’album assume un andamento, non monotono, ma un po’ troppo uniforme.

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Ascoltando i brani singolarmente diciamo che: ‘Asylum’ apre alla grande, aggressiva al punto giusto e con un interludio centrale pesante ed enfatico, ‘Sands of Fate’ unisce la velocità alla disperazione, ‘Possession’ alterna velocità e pesantezza mentre ‘Eradication’ e ‘Polluted Mine’ hanno poco spessore e risultano abbastanza piatti.

I War Curse vanno sempre alla ricerca di tessiture variegate ed articolate ma non  riescono, più di tanto, a far salire l’emozione per cui alla fine abbiamo un platter suonato tecnicamente alla grande ma che non decolla e non riesce a distinguersi, rimanendo nella massa.

I War Curse sono comunque sulla strada giusta, devono solo lavorare di più sul loro songwriting per scrivere pezzi più incidenti e personali. Aspettiamo il terzo album e vediamo … per ora la sufficienza è comunque superata.

 
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