Recensione: Frammenti di Oscurità

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Frammenti di Oscurità” è il debutto dei Barad Guldur, corpacciuta compagine bergamasca che si dedica a un folk metal di stampo piuttosto classico ma non privo di una certa personalità. I nostri, infatti, sfruttano gli strumenti folk (tra cui spicca il beghèt, che i fan dei loro concittadini Folkstone, giusto per fare un nome, conoscono molto bene) inserendoli nel proprio tessuto sonoro in modo naturale, fluido, in un amalgama composito che, nonostante la fedeltà ai diktat del genere, non esita ad inserire elementi meno ordinari. Ecco quindi che le chitarre affilate, la sezione ritmica solida e secca, le melodie bucoliche, le voci maschili e femminili che si alternano e i canti popolari in dialetto – in pratica tutto l’arsenale del perfetto folkster orobico – si affiancano a profumi che, seppur già sentiti, in quest’ambito risultano comunque meno convenzionali (si veda ad esempio il piglio epico di alcune tracce che screzia una struttura più vicina a un certo cantautorato) ed è lì che, a mio avviso, i Barad Guldur danno il meglio di sé.

“Raccontami una storia…”: così ha inizio “Frammenti di Oscurità”, con un arpeggio bucolico che prende corpo pian piano, mentre Ivan recita una famosa filastrocca col suo vocione iroso. Gli strumenti elettrici si inseriscono in un secondo momento, donando sostanza a questo bel girotondo introduttivo cedendo poi il passo al successivo “Canso de Bouye”, in cui i nostri iniziano a fare sul serio. La componente metal si appropria della scena contribuendo a creare un brano solido,con rapide e vorticose accelerazioni che si alternano a passaggi più austeri, a cui gli strumenti folk donano un’aura vagamente acida. Bella anche la sezione solista dal taglio epicheggiante che apre al finale, ma è con la traccia successiva che i nostri calano l’asso. “Sarneghera”, introdotta da un arpeggio dal retrogusto montagnoso, riassume alla perfezione l’amalgama che mi ha colpito e di cui scrivevo poco prima: un brano da cantautore rivisto in chiave prettamente metal, che a una strofa tempestosa contrappone un ritornello assai più enfatico e imponente. Ottimo anche l’intermezzo folk che introduce il finale. Si passa a “Poininos”, un breve estratto dal sapore sacrale che è, praticamente, la messa in musica di un’invocazione ricavata dalle incisioni rupestri di Carona: il tenore rituale del pezzo viene reso bene, e la sua breve durata non intralcia la fruizione del resto dell’album, fungendo invece da perfetto intermezzo atmosferico prima della più canonica “Nella Notte Più Nera”. La traccia, una ballata folk in cui le due voci si alternano e si intrecciano per tessere trame al tempo stesso appassionate ed inquiete, procede senza scossoni, mantenendo un respiro vagamente ipnotico nella sua parte strumentale. La successiva “Asfaladugu” è, a conti fatti, un interludio strumentale tipicamente folk, utile per creare atmosfera ma a mio avviso trascurabile nell’economia dell’album, mentre con “La Gratacòrnia” i nostri cedono la parola al coro alpino Le Due Valli, che si esibisce in un canto tradizionale del bergamasco riguardante il mostro che abita le soffitte e dona il nome al pezzo. Anche in questo caso si tratta di un buon metodo per spezzare simpaticamente la tensione dell’album pur restando legati alla propria tradizione folklorica, ma a mio avviso se ne poteva fare a meno. Più interessante la successiva “Per chi éla la Nòcc”, che riecheggia in un certo qual modo il lavoro dei Folkstone dei tempi che furono mantenendo un tono un po’ più arcigno, pur senza discostarsi troppo dagli stilemi del folk metal. Le belle armonizzazioni vocali scandiscono l’avanzata del pezzo, che si mantiene su ritmi piuttosto blandi nonostante qualche sporadica sfuriata in cui la batteria morde il freno. “Senza Paura” si mantiene grossomodo sulle stesse coordinate ma pigia di più sull’acceleratore; le voci si fanno minacciose e il tiro complessivo torna a farsi epico, maestoso: ciò permette ai nostri di sfogare un po’ la propria verve mescolando melodie coinvolgenti e temi più orrifici, confezionando così uno dei pezzi più ficcanti dell’album. Si passa ora alla quasi title track: “Frammento di Oscurità”, dopo un ruggito intimidatorio, inizia a districarsi tra ritmi spezzati e toni cupi, minacciosi, inframmezzati da sporadici lampi strumentali. La canzone scorre in modo piuttosto fluido nonostante un minutaggio corposo e mantiene per tutta la sua durata una tensione costante, spezzata solo di tanto in tanto da squarci melodici dal profumo eroico. La chiusura dell’album viene affidata a “Lodar i Lais Ben Laer Sul”, outro abbastanza canonica dominata da voci bianche su un sottofondo scrosciante, che comunque scarica l’inquietudine dell’album senza abbatterne l’atmosfera.

Pur essendo un debutto autoprodotto, “Frammenti di Oscurità” si presenta decisamente bene: il gruppo conosce la materia e non ha paura di presentarla a modo suo, filtrando gli stilemi del folk metal attraverso il proprio gusto per realizzare un lavoro organico ma tutt’altro che monotono che, nonostante qualche comprensibile sbavatura e un paio di intermezzi di troppo che ne allentano la densità, si pone come solida base su cui sviluppare un discorso musicale futuro che già si preannuncia interessante.

 
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