Recensione: From Darkness to Light

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From Darkness to Light” è il titolo dell’ottavo album della premiata ditta Narnia, gruppo svedese attivo ormai – seppur a singhiozzo – da quasi un quarto di secolo e dedito ad un christian metal enfatico ma al tempo stesso non troppo sfacciato legato a doppio filo alla saga creata da C. S. Lewis. Sono passati tre anni dal precedente, auto titolato, full lenght e la formula dei nostri non è cambiata poi molto: un piacevole mix di metallo classico, power e sporadici svolazzi neoclassici, screziato da melodie prese di peso da certo hard rock nordeuropeo e, in alcuni casi, da sfiziose inflessioni quasi prog.
Si parte con l’apertura trionfale di “A Crack in the Sky”: in realtà la traccia si basa su un riff nervoso, salvo poi esplodere durante la pomposità ritrovata del ritornello e prendere infine il largo nella seconda metà, quando l’enfasi minaccia di rompere gli argini. “You Are the Air I Breathe” parte tronfia, arrogante, mescolando riff tipicamente hard rock con melodie più legate al metallo classico sostenute da tastiere cafonissime. Anche qui la strofa prosegue su binari dimessi, caricando tensione in attesa di deflagrare al momento giusto, e cioè con l’entrata in scena dei cori durante il ritornello. La canzone prosegue così per tutta la sua durata, alternando enfasi melodica, riff tesi e testi profondamente cristiani.

E qui apro una piccola parentesi: l’aspetto tematico dei nostri, per chi non li avesse mai sentiti, è molto importante, e anche “From Darkness to Light” non fa eccezione. I Narnia ci tengono a far sapere ai loro ascoltatori per quale squadra tifano, per così dire, e basta un ascolto anche distratto ai loro testi per rendersene conto in una manciata di secondi. Nessun gioco di parole, nessuna sottigliezza e nessun sottotesto: la fede dei nostri viene ribadita in modo talmente plateale che in alcuni casi sembra di sentire vere e proprie canzoni di chiesa con un sottofondo di melodic metal, quindi se il cristianesimo in musica vi da fastidio non dite che non vi avevo avvisato.

Ok, dopo questa parentesi torniamo a trattare l'album con la successiva “Has the River Run Dry”, mid tempo insistente in cui, come al solito, l’enfasi tracotante dei nostri esplode durante il ritornello per poi lasciare spazio a una strofa più arcigna, spezzata solo di tanto in tanto da brevissime aperture melodiche più ariose. L’assolo dai toni contemplativi dona alla seconda metà della traccia quel quid più disteso poco prima del climax finale. Un’apertura elettronica ci consegna la cavalcata di “The Armor of God”, i cui toni trionfali tipicamente power ravvivano l’ambiente con ritmi relativamente movimentati in attesa del finale di pianoforte, che torna alla delicatezza di melodie nuovamente compassate. Si ritorna all’ovile con “MNFST”, – che, a quel che ho capito, dovrebbe significare Manifest – in cui la strofa caratterizzata da toni più velatamente arcigni si carica di enfasi nel ponte, per poi esplodere nel classico ritornello tutto cori, power chord e trinità, mentre con “The War that Tore the Land” i nostri giocano con melodie più compassate e languide, infarcendo il tutto con una blanda dose di elettronica. L’enfasi declamatoria torna a far capolino poco dopo, screziando questo o quel passaggio ma sempre passando attraverso il filtro della ballata atmosferica, confezionando così un brano crepuscolare e per certi versi perfino intimista, dall’atmosfera indefinita ma molto suggestiva. “Sail On” torna a snocciolare riff cafoni per suonare la sveglia dopo la pausa, ma li lega a melodie dilatate per non creare uno stacco troppo netto con la traccia che l’ha preceduta. L’enfasi del ritornello è leggermente smorzata rispetto alle altre canzoni finora incontrate, e ciò dona alla traccia una certa dimensione più ricercata; anche qui entra in gioco l’elettronica, per screziare il tessuto sonoro dei nostri con qualche svolazzo meno prevedibile quando se ne sente il bisogno. Tastiere dai toni sintetici entrano in gioco per introdurre la lenta “I Will Follow”, impreziosita da improvvisi arpeggi dal sottile profumo mediorientale che ne spezzano l’incedere scandito e drammatico. Chiude “From Darkness to Light” la title track, divisa per l’occasione in due parti. Nella prima, introdotta da un incipit magniloquente, l’enfasi tipicamente power cede terreno in breve a una struttura più intima: la traccia si sviluppa, infatti, come una ballata acustica sorniona dai richiami a certi Dream Theater. L’irrobustimento del suono carica il finale di pathos, salvo poi tornare alla chitarra acustica giusto in tempo per il finale. Nella seconda, invece, sono le melodie sognanti e i tempi più dilatati che dominano la scena, fluendo come una risacca indolente tra un passaggio di pianoforte e un assolo carico di un pathos languido e crepuscolare. La chiusura, affidata al solo pianoforte, pone il giusto sigillo a un album solido e carico di pathos, bilanciato e giustamente arrogante che, anche senza raggiungere i fasti del passato del gruppo, si pone come un valido tassello nella discografia dei Narnia. In definitiva, “From Darkness to Light” è un album corposo ed equilibrato che, pur senza inventare nulla e nonostante una certa linearità di fondo nella sua proposta, non si lascia scappare l’occasione di inserire elementi di un certo interesse nella sua ortodossia, creando un vortice sonoro appagante anche se non proprio originale.

 
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