Recensione: Ghostlights

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La ricerca del giovane Aaron Blackwell giunge con “Ghostlights” alla sua conclusione, in un viaggio tra le pieghe del tempo e della percezione individuale del suo incessante fluire, minacciato da un gruppo di folli scienziati. Il percorso lo porterà verso una nuova consapevolezza spirituale, oltre il materialismo agnostico della sua precedente visione del mondo. Gnosis and life. Avantasia. L’ispirazione ha preso il narratore all’acme della sua creatività, irrefrenabile, nella tranquilla frenesia di un piccolo uomo assiso sulla sua comoda poltrona, nella sua casa, in una piccola città nell’est dell’Assia, intento a comporre una nuova metal opera, sorseggiando un buon bicchiere di vino rosso. Questa la genesi narrativa e metanarrativa di “Ghostlights”, ultima fatica di Tobias Sammet e dei bizzarri personaggi che popolano il suo teatro immaginifico.

Nessun climax, nessuna intro, nessun preludio. Il disco parte con un brano insolito ma già noto al pubblico prima della release di “Ghostlights”: si tratta infatti del primo singolo, “Mystery of a Blood Red Rose”. Pezzo oscuro e travolgente che richiama gli anni ’70; è stato infatti scritto per il cantante pop rock Meat Loaf, che per un soffio non è stato coinvolto nel progetto. Peccato. Curioso come il solo Tobias (nei panni di Aaron Blackwell) riesca a reggere l’intero brano quasi simulando la timbrica dello statunitense in alcuni passaggi. Nel pezzo sono presenti numerose linee vocali e sovraincisioni corali, come in una piccola “Bohemian Rhapsody” (così l’ha definita lo stesso Tobi nell’intervista che ci ha rilasciato qualche tempo fa). Brano coinvolgente con un grande ritornello, da buona tradizione avantasiana, al quale è stato recentemente dedicato un videoclip con il solito Tobias all’inseguimento di una ragazza evanescente (metafora del tempo e dell’autoconsapevolezza spirituale?), come nel precedente “Sleepwalking”.
Viene il turno dell’agguerritissimo Jorn Lande (Temptation) in “Let The Storm Descend Upon You”, una coraggiosissima suite di 12 minuti piazzata lì, al secondo brano, quasi a voler rendere più ostico l’impatto al primo ascolto – del resto l’aveva già fatto in “The Scarecrow” (2008) con la titletrack. Tanta varietà, situazioni ed atmosfere, buono il pre-chorus e gran carica per il ritornello che arriva proprio quando non ci si sperava più. Presenti anche le voci di Ronnie Atkins (Magician) e Robert Mason (Scientist I) degli Warrant. Al solito, la suite saprà dividere i pareri dei fan: serviranno infatti diversi ascolti per assimilarne la struttura. 
We’re not gonna take it… anymore!”. Esatto, ma anche no. Dee Snider (Nightmare) fa la sua comparsa in “The Haunting” un brano oscuro che non ha nulla a che vedere coi Twisted Sister. Forse un po’ troppo “Death is Just a Feeling” l’intro pianistica ma poco importa: il mid-tempo è straniante, funziona e spiazza a dovere. Ancora più in profondità, senza cambi repentini di tempo, nei remoti recessi delle tenebre e della decadenza dell’hard rock troviamo Geoff Tate (Scientist II) in “Seduction of Decay”. Sempre su tonalità basse e gravi, Tate calza a pennello l’abito del seduttore decadente ed il mood del brano, strappando finalmente qualche applauso dopo i fischi delle sue ultime apparizioni su disco con e senza i Queensrÿche.
Dalle profonde tenebre alle alte vette raggiunte da Michael Kiske (Mystic) nella titletrack “Ghostlights: un ritorno graditissimo al power metal ‘sturm und drang’ teutonico: doppia cassa martellante, riff iniziale alla Helloween e la grande naturalezza con la quale questo Re Mida del metal riesce ad impreziosire ogni linea vocale. Il brano è molto classico, carico al punto giusto ma forse per questo non così eclatante e rappresentativo come dovrebbe essere una titletrack.
Nuovo arrivato in casa Avantasia, Herbie Langhans (Eclipse) dei Sinbreed in Draconian Love ricorda un po’ il pulito caldo di Michael Stanne, in un brano immediatissimo come pop rock, ma ricoperto da un denso strato di polvere gothic per innestare una dialettica alto/basso con Tobias, che risponde con immensa energia nel ritornello sincopato già anticipato in apertura. Diretto ma tutt’altro che banale.
Ghostlights” continua a macinare una hit dietro l’altra, con “Master of the Pendulum” e l’ingresso sul palcoscenico di Marco Hietala (The Watchmaker), ben sfruttato per le sue peculiarità canore (del resto per quanto sia caratteristico non è proprio un’ugola d’oro), inserito in un contesto che difficilmente rimanderemmo a band come i suoi Nightwish. Partenza lentissima, accelerazione immediata, strofa pesante che ci riporta agli Edguy di “Hellfire Club” (2004) e poi  via di gran carriera verso il ritornello di purissimo e happy metal.
Primo vero passo falso dell’opera: “Isle of Evermore”: una ballad lenta e malinconica che vede il gradito ritorno di Sharon Den Adel (Muse), in un duetto con Sammet. Pezzo un po’ scontato e prevedibile che non rende giustizia alla cantante olandese, lungi dai camaleontici cambi di stile, potenza e intensità ai quali ci hanno abituato gli ultimi Within Temptation, mai uguali a sé stessi e capaci di virate in ogni direzione. Qui sembra di risentire una pallida imitazione della Den Adel dalle prime Metal Opera. 
Ancora del buon rock pesante per “Babylon Vampires”  (la passione di Tobi per Babilonia non finisce mai), con un grande riff in apertura, ancora doppia cassa e duetto con Robert Mason. Ottimo il solo incrociato delle tre asce da guerra Kulick, Hartmann e Paeth che si scambiano fraseggi e scale.
Intensa e toccante la prima parte di “Lucifer”, in cui Jorn Lande con il solo ausilio del pianoforte dipinge con lente pennellate un panorama di straziante malinconia, con la sua voce roca inframezzata dagli interventi di Tobias. A metà brano entrano le chitarre elettriche, il pezzo sembra esplodere e condurci ad una nuova prova muscolare, ed invece s’interrompe all’improvviso, facendo irrompere nell’ascoltatore un senso di vuoto e mancanza. Ci pensa però il buon Kiske ad affiancare Jorn per  farci recuperare il buonumore con un’altra mitragliata di sano power metal: “Unchain the Light” conquista immediatamente con l’ennesimo ritornello azzeccato.
Chiusura intensa e drammatica, “A Restless Heart And Obsidian Skies”, che fa calare il sipario dopo averci presentato il buon Bob Catley (Spirit), che con la sua solita aplomb britannica ci narra l’epilogo della fabula, con il superamento in chiave soggettivistica del materialismo (Perception and fact - all the same/ Truth's what you feel)… Trascinante ancora il ritornello, che ci rimarrà in testa per mesi come già fece quello di “The Story Ain’t Over” o quello di “The Seven Angels”, ai quali questo sembra fare inevitabilmente il verso. Fade out in chiusura che ci abbandona come dopo un caldo abbraccio, a ricordarci che potrebbero passare anni per la prossima release, ma non è certo ancora scritta la parola fine su questo progetto.
Il sipario si chiude. Applausi scroscianti dalla platea, dai palchi e su fino al loggione, tanto che il gruppo si concede per un bis, con la corale bonus track “Wake Up to the Moon” in cui i personaggi tornano in scena per un inchino.

Ghostlights” sarà per molti fan degli Avantasia il disco che tanto attendevano, un lavoro da piazzare direttamente sotto le due Metal Opera, sia per il ritorno a sonorità power con brani più spinti, tipiche dei primi lavori, sia per l’eterna passione del compositore di Fulda per i ritornelli cheesy ed orecchiabili che hanno da sempre contraddistinto il sound della all-star-band teutonica. Non era neppure facile reggere il confronto a tre anni di distanza da un disco eccezionale come “The Mistery of Time”, eppure “Ghostlights” riesce nell’impresa: pur senza uscire troppo dal sentiero già tracciato in passato e nonostante un paio di episodi fin troppo prevedibili, il disco è forte di un sound decisamente ispirato e più eterogeneo del predecessore, tra  incursioni heavy, momenti corali trascinanti, atmosfere dark e qualche esperimento qua e là, spiazzando in parte al primo ascolto per poi impennare nei successivi. Il tutto mantenendo gli elevatissimi standard di qualità ai quali Tobias Sammet sembra restare saldamente ancorato, merito da condividere con l’altro grande pilastro del progetto, Sasha Paeth, ancora vincente dagli ottimi arrangiamenti alla produzione del disco: l’alchimia tra i due sembra sconfiggere le barriere del tempo come le ricerche del giovane Blackwell. 
Tra fuochi fatui e tenebre, misteri e magia, sogno e realtà, non possiamo far altro che chiudere ancora una volta gli occhi e lasciarci trasportare dal narratore e dalla sua infinita fantasia, mentre il teatro di Avantasia si popola di voci, personaggi e melodie. Lo spettacolo è assicurato.
 

Luca “Montsteen” Montini

 

“Moon shines
Ghostlights
Oh they reach out for you
Blazing the trail, under obsidian skies…”

 

 
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