Recensione: Glyder

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Alcune settimane fa, forse anche un paio di mesi, mi imbatto nella copia promozionale e nella conseguente pratica reclamistica del debut album degli irlandesi Glyder. Tutto secondo programma finché non leggo la parola “eredità” associata al nome Thin Lizzy. Tirare in mezzo un signore come Phil Lynott non è mai cosa da poco e significa evocare la memoria di una delle figure più importanti della storia del rock.

Sarà la solita sparata o c'è un fondo di verità in questo paragone così azzardato?

La risposta è tutta in brani come la splendida Neutral Coloured Life o nella vivace PUP (Pretty Useless People), brani dove l'eredità dei Thin Lizzy si fa sentire, eccome, soprattutto nelle venature malinconiche e in un suono di chitarre che talvolta sembra provenire direttamente dalle 6 corde di Scott Gorham e Brian Robertson.

Fortunatamente il disco dei Glyder non è soltanto un'operazione revival fine a se stessa: al di là del rock settantiano e dell'amore per i Thin Lizzy c'è anche una discreta dose di anni '80 – come nei riff dell'opener Colour of Money, di Takin Off o nella sbarazzina Saving Face – e una certa attualità nei suoni e nelle intenzioni. Insomma, i Glyder hanno preso il grande passato e lo hanno contestualizzato in un disco che affascina per le sue venature retrò e allo stesso tempo mette in mostra le notevoli potenzialità per il futuro di questa giovane band. Ora resta da lavorare nella direzione della personalità, cercando di costruire una propria identità senza rinunciare alle reminiscenze che valorizzano questo primo disco.

L'anima del rock anni settanta vive più che mai in queste nuove formazioni di cui non posso che consigliare l'ascolto agli amanti della musica di tutte quelle band di classe innata, lontane dai ruoli di rock-star e dai capelli cotonati.


Tracklist:
01. Colour of Money
02. PUP
03. She's Got It
04. Saving face
05. One for the Lost
06. Stargazer
07. You Won't Bring me Down
08. Takin' off
09. Die or Dance
10. Neutral Coloured Life

Alessandro 'Zac' Zaccarini

 
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