Recensione: Gods of War

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A cinque anni da Warriors of the World, vede la luce il decimo disco in studio dei guerrieri senza macchia e senza paura di New York, dal titolo Gods of War. La recensione compare su TrueMetal con un ritardo ben calibrato rispetto alla data di uscita per due motivi: il primo risiede nel fatto che tutti gli appassionati possano essere a questo punto in possesso del disco e quindi essersi fatti una propria opinione sullo stesso dopo averlo metabolizzato, quindi “non a caldo”. Il secondo riguarda invece il cammino che mi ha portato a scrivere riguardo l'album, che ha richiesto la giusta dose di tempo.

La prima volta che sentii Gods of War rimasi spiazzato, non ho remore di sorta ad ammetterlo, e mi chiesi: ma i Manowar hanno scritto una colonna sonora di un film oppure questo è davvero il loro ultimo capitolo discografico? Lasciai il disco nello scaffale e mi occupai di altre recensioni per poi tornare sullo stesso qualche giorno dopo. Lo approcciai più volte in tempi diversi e iniziai ad apprezzarne i brani epic metal cantati, lasciando in secondo piano le parti sinfoniche e orchestrali, spesso ridondanti e ampollose, “skippando” alla grande durante l'ascolto.

A quel punto, concentrandomi sui pezzi HM, un altro interrogativo ronzò nella mia testa: vuoi vedere che DeMaio e soci ci hanno preso gusto e anche in studio si mettono a scimmiottare il loro concerto-tipo? Cioè intermezzi parlati a go-gò e inizi/fine delle canzoni interminabili il tutto a detrimento della sostanza? Ebbene: su Gods of War in parte è così.

Il loro concetto di epic metal si è modificato, per certi versi modernizzato, distaccandosi dai cliché degli anni Ottanta, lasciando spazio a soluzioni più legate alla soundtrack di fantasy movie a la Conan/Excalibur/Lord of the Rings che non a un full length di heavy epic metal in senso tradizionale. Personalmente seguo i Manowar dall'inizio, dopo che mi innamorai dei nuovi barbari dell'HM (allora, si intende…) grazie alle odi dedicate a Ross the Boss & Co. da parte di Beppe Riva, che tuonava al pari Loro sulle colonne di Rockerilla. A tal proposito ritengo Hail to England il capitolo migliore della loro discografia e lo annovero fra i più grandi metal album di sempre.

Tornando a Gods of War, esso frazionerà il pubblico in tre, ancora più che altre volte, in quanto a mio parere risulta essere il disco più controverso della loro carriera, spaccando la critica oltremisura come fece, in toni minori, Fighting the World nel 1987. Da una parte i die hard fan dei Manowar, ovvero l'invincibile zoccolo duro che qualsiasi cosa facciano Joey e soci va sempre bene e la ragione sta con loro a prescindere. In mezzo i perplessi, cioè i defender rimasti spiazzati da Gods of War che non sanno se sperare nel prossimo disco oppure lasciare perdere per il momento – o addirittura per sempre - il combo americano e, per oltrepassare la delusione, si rifanno le orecchie con Battle Hymns, Into Glory Ride e Hail to England. Per ultima, la compagine dei detrattori del Manowar pensiero, una moltitudine di persone che irride da sempre i barbari di pelo di pecora vestiti che rafforzerà le proprie convinzioni dopo Gods of War, un disco dove i Nostri si sono messi persino a scopiazzare i Rhapsody of Fire, loro colleghi inseparabili degli ultimi tour.

Dopo innumerevoli ascolti mi sento di poter dire che i brani “veri”, quindi non le intro e gli interludi strumentali ma quelli definibili come heavy metal - con tanto di chitarra, basso, batteria e due bicipiti al posto dei polmoni - crescono con il passare del tempo, anche se non si può parlare certo di capolavori, ma di buoni pezzi di sicuro si, grazie anche a una produzione bombastica. Il problema è che questo manipolo di canzoni potrebbe essere stato concepito e realizzato anche da altre band di discreto livello dedite all'epic metal, cosa che assolutamente non accadeva in passato, ovvero quando certe partiture potevano essere state scritte e interpretate solamente dai possenti Manowar, riconoscibili dopo due note.        

Gods of War
Si parte con l'orchestrale Overture to the Hymn of the Immortal Warriors che, come si può facilmente evincere, altro non è che un incipit di un successivo intro: The Ascension, anch'esso strumentale e pomposo con Eric Adams presente sul finale del pezzo, a impreziosire il tutto. Metallicamente parlando si inizia a fare sul serio con King of Kings, un brano conosciuto e già  proposto anche dal vivo: velocità sostenuta, bridge epico e un singer in gran spolvero.

Army Of The Dead Part I è un pezzo corale che ricorda molto da vicino alcuni canti alpini del nostro Nord Italia, per via del crescendo e dell'intonazione… e non sto scherzando! La Successiva Sleipnir risulta essere un mid tempo contrassegnato da un coro catchy di facile assimilazione mentre Loki God of Fire è la Return of the Warlord del 2007: un brano dedicato al figlio di Odino, il fratello di Thor, famoso per gli amanti dei fumetti Marvel.

La successiva Blood Brothers è un lento molto ispirato tipico del Manowar sound, un episodio che rimembra le atmosfere eroiche di Master Of The Wind e Heart Of Steel, che alla prova del tempo però probabilmente riuscirà addirittura a essere più profondo delle illustri progenitrici. Per chi scrive l'highlight di Gods of War. Segue poi il trittico su Odino: la strumentale e già edita Overture to Odin – nell'Ep precedente era semplicemente “Odin” – la narrata di The Blood of Odin che tira la volata all'epic metal di Sons of Odin, qui arricchito di cori robusti nella parte finale rispetto alla versione già pubblicata.

Glory Majesty Unity è un altro brano narrato che ricorda, solo nelle intenzioni, Warrior's Prayer, indimenticato episodio da Kings of Metal, senza però raggiungerne il pathos. La title track, come già nell'Extended Play precedente, fa ancora una volta la differenza rispetto al resto dei brani tirati: epica, possente, tronfia al punto giusto, figlia di un songwriting nella fattispecie molto ispirato che a mio modo di vedere dà la giusta misura del nuovo corso intrapreso dai Manowar.

Torna il famoso coro di montagna “Alpine Troops from New York” in Army of the Dead part II, praticamente la riproposta della parte uno in versione più ficcante. Odin e Hymn of the Immortal Warriors sono due facce della stessa medaglia: la commistione fra solenni orchestrazioni, musica sinfonica e heavy metal, con la prima più veloce e la seconda maestosa e solenne. La bonus track è rappresentata da Die for Metal, un episodio alieno al contesto di Gods of War, così come fu Pleasure Slave all'interno di Kings of Metal nel 1988: nessun ammiccamento orchestrale e un riff che riporta addirittura agli anni Settanta, ricordando i Led Zeppelin di Physical Graffiti, A.D. 1975. 

 

I Manowar da sempre hanno esagerato il concetto di heavy metal, oltrepassando il confine fra credibilità e pura ostentazione. Gods of War è il parto discografico più legittimo di questa scuola di pensiero, quello che più si è spinto all'estremo, per forzare ulteriormente la mano e provocare oltremodo il popolo metallico.   

Di una cosa sono certo: su questo disco si discute e si discuterà ancora per molto tempo!

 

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 
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