Recensione: Golgotha

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A quattro anni di distanza da Apocalypsis vide la luce Golgotha, per voce dello stesso deus ex machina della band, Marius Donati, il disco più cupo della carriera dei The Black. Il lavoro prese spunto dalla sanguinosissima guerra che avvenne nel Kosovo, quindi a due passi dai nostri confini, e che balzò alle cronache molto meno di altri conflitti, semplicemente perché ai poteri forti interessava ben poco che si scannassero da quelle parti, visto che la zona non era poi così logisticamente importante all’interno dello scacchiere né vi era la possibilità di saccheggiare brand prestigiosi o suddividersi pozzi petroliferi.

La cosa non passò però inosservata a tutti quelli che un’anima e un cuore lo avevano ancora, come Mario Di Donato, il quale focalizzò la propria musica esattamente in quella direzione. Per certuni personaggi tanto in voga al giorno d’oggi l’unica modalità per smuovere le coscienze è rappresentata dal terrore, sia esso promulgato da manganelli, carri armati o da minacce atomiche cambia poco. Per molti altri, che è bello pensare siano ancora la maggioranza, quello che davvero fa la differenza è il confronto, la circolazione delle idee, delle iniziative e della cultura in generale, che la musica sa veicolare in maniera magistrale.

Con tutti questi presupposti i The Black diedero alle stampe Golgotha, nel 2000. Stessa formazione del disco precedente (Mario “The Black” Di Donato alla chitarra e alla voce, Enio Nicolini al basso, Gianluca Bracciale alla batteria e Massimiliano Terzoli alle tastiere). Medesima anche l’etichetta, ossia la Black Widow Records di Genova, a rappresentare la continuità di una scelta dimostratasi fruttuosa, artisticamente parlando, per entrambe le entità.    

Il disco prese significativamente il proprio titolo dalla collina ove venne crocifisso Gesù, il luogo detto del Teschio, che in ebraico è appunto il Golgota. In copertina il quadro realizzato dallo stesso Di Donato intitolato Postmortem del 1997 mentre sul retro campeggia Il Dolore Di Maria del 1991.   

Dieci pezzi per meno di quaranta minuti di musica, all’insegna dell’immediatezza, benché dipinta di nero pece. Basti pensare che il brano più lungo del lotto è incarnato dalla cover “Il Giudizio”, dei progster Il  Rovescio Della Medaglia, che dura oltre dieci minuti. Tanta fu la costernazione per le notizie provenienti dal Kosovo che Marius, una volta terminato l’intero album, impregnato di dolore, dovette superare dei momenti di difficoltà non da poco prima di decidersi di darlo alle stampe. Golgotha, così come fu concepito, sarebbe potuto rimanere chiuso in un cassetto per sempre. Poi la consapevolezza che anche un disco di heavy metal avrebbe potuto impersonare un’ulteriore testimonianza di quella immane tragedia ebbe il sopravvento e nel 2000 vide la luce sia in versione Lp che in Cd.  Quest’ultima, oggetto della recensione, si accompagnò a un libretto di sole quattro pagine, all’interno delle quali, fra le note varie, spicca il disegno molto penetrante e magnetico di un teschio “minimal”, accostabile a quello utilizzato dagli Slayer su Seasons In The Abyss, tanto per capirci. Chicca: la stampa del retrocopertina del cd, per capirci quello ove viene alloggiato il dischetto ottico, riporta la scritta “The Black” e lo stesso titolo del disco al contrario, cioè da destra verso sinistra…          

L’animus pugnandi di Marius e soci per una giusta causa prende corpo sin dopo il primo pezzo, la sublime orchestrale “Momenti Ansiosi” a firma Sasha Buontempo. Golgotha”, a cavallo fra l’heavy e il Doom va a segnare uno dei picchi dell’intera carriera dei nostri, fra cantato in italiano e tastiere celestiali. Creare atmosfere atte a dipingere un dramma evidentemente è la mission del disco e la possente “II° Orbis” interpretata in latino è lì per quello, con gli “Aaaahhhh” sussurrati da Di Donato a mantenere alta la tensione.  Bizzarra l’idea di includere dentro Golgotha un pezzo quale “Sospesa a un Filo” de I Corvi, gruppo beat italiano da sempre ammirato da parte dei The Black. Poi è la volta di ben tre strumentali, “Il Re Melograno” seguita da “Ultimatum”, la risposta più credibile di Marius & Co. ai Procol Harum. A chiudere la serie i brividi ecclesiastici elargiti senza economia da “Tormentum”. Altro picco toccato per il tramite dei quasi sei minuti di “Ivstitia”: acciaio veemente in mezzo ai denti in salsa italo-latineggiante. Essere fuori dagli schemi precostituiti è peculiarità di Marius Donati. In quest’ottica ecco servita la cover de “Il Giudizio” originariamente pubblicata dai grandi progster Il Rovescio della Medaglia. In chiusura di Golgotha il pezzo instrumentalCoscientia Opprimi”, che pare aprire un varco nell’anima, dopo tanto HM in your face dalle radici Doom.

Il sesto album dei The Black nel 2000 confermò la particolare vena compositiva e la sensibilità del suo team principal, andando a collocarsi fra i più interessanti capitoli della carriera degli abruzzesi.

                    

Stefano “Steven Rich” Ricetti

 

 

 

 

 
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