Recensione: Halcyon Way - Bloody But Unbowed

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Gli statunitensi Halcyon Way hanno dato alla luce il loro quinto capitolo, a ben 4 anni di distanza dal precedente Conquer. Nulla di stravagante, ordinaria amministrazione verrebbe quasi da dire – dato che ogni giorno escono decine di dischi da ogni angolo del globo – ma dalle parole della band viene trasmessa una sorta di promessa definitiva, un po’ come se Bloody But Unbowed fosse un album che cambierà la storia della musica, o più semplicemente la posizione della band nel panorama metal. Il sound viene definito senza barriere ed in grado di soddisfare gli amanti del thrash, come quelli del prog e addirittura dell’hard rock più tradizionale, ma questa affermazione, piuttosto che incuriosirmi inizia ad intimorire, dato che quando si tratta di approcciarsi a qualcosa che vuole piacere a tutti, succede spesso che abbia lasciato per strada il vero significato che un disco dovrebbe avere, quello di piacere a chi lo suona e identificare precisamente gli artisti che lo mettono al mondo.

Probabilmente il mio è solo scetticismo e così continuo a scorrere la press release, dove compare anche un interminabile elenco di collaborazioni, tra i quali Todd LaTorre, Matt Barlow, Ben Huggins, Sean Peck, Troy Norr, Norm Skinner, Steve Braun e Sean Shields. La stessa band poi conferma la grande concentrazione e l’impegno profuso in supporto all’album con un tour che li ha portati e li sta portando attraverso i continenti ed in oltre 20 paesi nel mondo. Mica male, c’è da ammetterlo, se gli Halcyon Way volevano fare sul serio, ci sono proprio riusciti. Quel che resta da capire è se questo quinto gradino della loro discografia rispecchi quanto promesso e soddisfi le aspettative di quei fan che devono ancora far conoscenza con la band di Atlanta, Georgia. Io sono tra quelli. E voi?

Cominciamo con l’intro Deevolutionize, la quale ci immette nella title-track Bloody But Unbowed. La band mette subito in chiaro l’ottima padronanza tecnica ed esecutiva, con un mid-tempo dalla struttura tutto sommato semplice e che alterna senza problemi una parte melodica, una più aggressiva con voce “sporca” ed un ritornello che ti entra subito in testa. Per la successiva Blame è stato anche girato un video e la sensazione è che le parti di voce pulita siano nettamente più convincenti rispetto alle sfuriate in scream, un po’ fuori luogo e poco legate al resto del brano. Ancora molta melodia ed aperture ariose che veleggiano in pieno terreno progressive melodic metal, senza necessariamente chiamare in causa shred dell’altro mondo o virtuosismi particolari. Questo sino ad una nuova contaminazione che potremmo definire industrial e che lo si voglia o no, prova quasi a segare le gambe ad una canzone altrimenti valorizzata da un bel solo di chitarra. Slaves To Silicon muta ulteriormente, perlomeno a livello compositivo, con una ritmica meno progressive rispetto ai pezzi precedenti e che abbraccia invece un approccio marcatamente industrial e un ritornello nel quale fa capolino il già menzionato vocione in scream. Superpredator abbina molto meglio il lato violento della band con la voglia di melodia che fa capolino all’arrivo del ritornello. Magari un po’ scontata, ma porta a termine il suo “sporco lavoro”. Manteniamo maggiore consistenza anche con Primal Scream che suona più matura rispetto a quanto sentito sino ad ora e rappresenta forse al meglio il sound della band, quando lascia perdere contaminazioni superflue e inserisce invece qualcosa di più azzeccato. Ten Thousand Ways resta incline ad una melodia subito orecchiabile e diretta, con pochi fronzoli ma abbastanza entusiasmante quando la chitarra prende il sopravvento ed il lato progressive svetta al di sopra del resto. The Church Of Me può anche sembrare la classica canzone studiata a tavolino, melodica e semplice e senza discostarsi troppo da quanto sentito sino ad ora, ma consente di proseguire l’ascolto di un disco che continua a crescere nel cuore dell’ascoltatore. Cast Another Stone ritorna sui binari dell’assalto sonoro anticipato in apertura, però riesce ad amalgamarsi meglio e bilancia in maniera equa le aperture melodiche, senza apparire mai troppo scontata, proprio come la successiva Crowned In Violence. Quasi all’epilogo con Burning The Summit, che non fa calare l’attenzione grazie ad una costruzione davvero valida e qualche acuto sorprendente, forse troppo. La release si conclude con i quasi 6 minuti di Desolate, probabilmente l’episodio più ricco e convincente dell’intero disco.

L’edizione europea dispone anche di 2 bonus tracks: Insufferable e Stand For Something, ma dubito che siano in grado di stravolgere il resto del disco.

Bloody But Unbowed  non si pone affatto come un album semplice da giudicare. Il mix di contaminazioni non è omogeneo e viene praticamente perso una volta raggiunta la metà del disco, in favore di un approccio più tradizionale ma decisamente più efficace al progressive melodic metal. C’è melodia ed una indubbia padronanza degli strumenti, ma nonostante i ritornelli dal piglio diretto, sembra mancare un pizzico di anima ed il risultato appare un po’ freddino. Stiamo parlando di un disco che offre 50 minuti di musica intensa e divertimento, ma che difficilmente rappresenterà uno dei punti fissi della vostra collezione. E se forse non avessimo letto quei clamorosi proclami della label prima di partire con l’ascolto, le nostre aspettative sarebbero rimaste deluse in maniera minore. Non ci troviamo di fronte a nessun capolavoro, ma resta comunque un buon disco dal quale il gruppo svilupperà senza dubbio nuove idee e speriamo abbandonando quelle scelte che hanno in parte indebolito alcuni brani di questo album.

Brani chiave: Bloody But Unbowed / Primal Scream / Desolate

 
70