Recensione: Haunters

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È proprio l’ironia invocata con il primo brano in tracklist ad introdurci simpaticamente verso questo secondo capitolo edito dagli svedesi Confess, band già conosciuta con ottimi esiti in occasione del debut album “Jail” (2014).

Ironia. 
Già, perché se, ad esempio, avessimo dovuto considerare il cd partendo da un’ipotetica scala di appeal basata sulla copertina – una banda di giganteschi uomini-ratto intenti a suonare in un vicolo malfamato – non avremmo covato grosse aspettative, reputando il disco piuttosto marginale e mediocre.
Come si suol tuttavia affermare, “l’abito non fa il monaco”: mai fu proverbio più attagliato alla bisogna giacché, al netto di un artwork che, in effetti, non appare particolarmente significativo (a meno di non voler omaggiare in qualche modo la leggendaria band losangelina di Stephen Pearcy), la musica contenuta nelle quattordici canzoni che vanno a comporre “Haunters” appare tutto fuorché dozzinale o mal concepita, rivelandosi, piuttosto, come uno dei più riusciti ed efficaci esempi di glam rock di radice scandinava editi nel corso – quanto meno – dell’ultimo anno.

Fresco, vivace, azzeccato nei ritornelli e con quel gusto un po’ retrò nello stile dei suoni, “Haunters” è, infatti, un brillante riassunto di quanto di buono sia stato prodotto in terre nordiche da quando il genere - messo un po’ da parte in precedenza – ha vissuto una stagione di rinascita, conoscendo ed apprezzando il valore di band quali Wig Wam, The Poodles, Crazy Lixx e Outloud.
Uscito già da qualche mese, il nuovo prodotto di John Elliot (nulla a che vedere con il leader dei Def Leps) e compagni è un perfetto “amico” per questa estate torrida: veleggiando con la memoria verso lidi remoti, è davvero facile prendere il volo verso i classici sogni ottantiani, fatti di scenari estivi assolati, macchine scoperte ed insano ottimismo adolescenziale.
Nulla che, ad ogni modo, appaia come ingenuo o privo di un proprio spessore artistico: il quartetto ce la mette tutta nel rendersi credibile nelle vesti della classica combriccola di rockers sbandati, tuttavia le doti, la classe, le capacità di elaborare e confezionare un prodotto deluxe emergono a tutta forza e con assoluta semplicità.
Per accorgersene non ci vuole nemmeno troppo: al terzo pezzo, la rombante “Stand Our Ground”, l’aria che si respira veicola già sensazioni di euforia e grandi sorrisi, in virtù di un ritornello improvviso quanto ben posizionato che realmente solleva il morale ed invoglia a proseguire l’ascolto.

Chitarre rombanti che si contrappongono a cori da airplay: una costante che si sussegue per l’intera durata del cd, impreziosendo episodi decisamente godibili ed immediati, magari non proprio originali ed un pizzico ancorati ai ricordi, tuttavia congeniati con perizia al fine di suscitare un piacevolissimo effetto nostalgia nelle emozioni degli ascoltatori meno giovani (un pezzo delizioso come “Talia” avrebbe probabilmente furoreggiato su MTV, venticinque anni fa).
Nondimeno, attraenti anche per i neofiti ed i cultori più recenti, che nelle armonie facili e sornione potranno riconoscere indizi di sicuro interesse.

Attraverso un brillante mix di ruggente sfrontatezza ed elegante piacioneria, i Confess mandano in archivio una delle sorprese più interessanti sperimentate nel 2017. Con brani quali le già citate “Stand Our Ground” e “Talia”, insieme alle altrettanto efficaci “Animal Attraction”, “Lady of Night”, “Let the Show Go On” e “Eye to Eye” è assolutamente facile parlare di successo.
A voler cercare difetti, verrebbe forse da porre in evidenza l’eccessiva lunghezza del disco, considerata soprattutto l’inutilità del brano conclusivo “Vittring”. Un peccatuccio di minima importanza che, ad ogni modo, non conta alcunché.

Complimenti ad SG records insomma, per aver creduto sin da subito al talento di questi quattro rockers svedesi ed averli lanciati all’attenzione del pubblico nel migliore dei modi: non ci sorprenderebbe affatto vederli, in futuro, sotto contratto con qualche big label del settore…

 
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