Recensione: Heavy Machinery

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Mai giudicare un album solo dalla copertina. Come ben sanno tutti quelli che, prima dell’avvento di youtube et similia, hanno acquistato album a scatola chiusa attirati da una bella cover poi rivelatisi della ciofeche, oppure viceversa hanno totalmente snobbato delle autentiche perle magari riscoperte tardivamente perché visivamente non soddisfacenti. In questa seconda categoria sarebbe finito al tempo – per ovvi motivi – anche “Heavy Machinery”, debutto sulla lunga distanza dei thrasher albionici Hybris, o quantomeno l’artwork sarebbe stato fuorviante circa l’orientamento musicale del combo.

Forse nessuno avrebbe messo in dubbio che l’album rientrasse nel filone thrash, ma quanti prima di leggere questa recensione o aver ascoltato il platter in questione avrebbero immaginato che si trattasse di technical thrash e non un lavoro figlio della primissima scena teutonica dei vari Assassin, Sodom, Destruction e compagnia suonante? Gli Hybris, infatti, si rifanno in primo luogo ai redivivi Coroner, in maniera neanche tanto velata – prendiamo per esempio “Foe Or Friend” che in certi frangenti ci riporta ad album come “Punishment For Decadence”, per non parlare del vocione di James “Fang” Begley. E se proprio volessimo ricercare delle band simili sul suolo tedesco, dovremmo citare semmai Sieges Even, Deathrow e Mekong Delta. Sappiamo tutti quanto possano essere distanti, pur non essendo affatto inconciliabili, i due tipi di audience, sebbene entrambi i tipi di proposta rientrino nella più generica classificazione di thrash metal…

Il primo aspetto particolare che salta all'occhio è il fatto che il leader del gruppo sia in realtà una “lei”, ovvero Federica Gialanze, la quale inizialmente aveva pensato ad una band tutta al femminile, come testimonia la presenza dell’altrettanto capace bassista Olivia Airey, salvo poi tornare sui propri passi. Mentre, come s’intuisce da quanto detto sinora, il loro sound è smaccatamente filo-europeo (con qualche eccezione, come vedremo). Tuttavia gli Hybris finiscono per essere una sorta di mosca bianca anche per quanto riguarda la propria patria: quell’Inghilterra che ha dato i natali a tanti generi, ma sulla quale il thrash non ha mai definitivamente attecchito (tantomeno quello tecnico), se non in rari casi, restringendo così il campo ancora di più all’Europa centro/meridionale (del resto guardando i nomi dei musicisti coinvolti poteva venire qualche “sospetto”), includendo al massimo anche la Scandinavia di Stone ed Hexenhaus, ma sarebbe forse un’inutile forzatura. Perciò, pur non brillando di luce propria quanto a personalità, “Heavy Machinery” e gli Hybris possono essere classificati come un “fenomeno” abbastanza atipico. Del resto nessuno, credo, si sognerebbe mai di dire che si rifacciano musicalmente ai Coroner per vendere abbondanti copie dell’album, dato che neanche la stessa formazione elvetica è mai stata tanto fortunata da questo punto di vista.

Dopo questo ampio preambolo, però, procediamo più nello specifico del qui presente “Heavy Machinery”: un lavoro piuttosto compatto, composto da dieci tracce, se consideriamo la bonus track “Cult Of Doom”, piuttosto articolate eppure mai prolisse, forti di una produzione moderna senza essere eccessivamente pompata. Anzi, gli strumenti suonano tutti estremamente snelli e graffianti allo stesso tempo (nota di merito particolare al suono del basso, estremamente presente e pulsante), rendendo l’ascolto dell’album sempre coinvolgente, senza incappare in particolari cali d’interesse. Unica eccezione, a voler essere proprio pignoli, proprio la traccia conclusiva, che, sebbene abbia il pregio di discostarsi abbastanza dalle altre, in virtù di un azzeccato arpeggio che potrebbe riportarci – unico caso – ad alcune soluzioni dei conterranei Sabbat, forse poteva essere snellita un po’, così come non sempre il cantato di “Fang” appare perfettamente pertinente.

Assolutamente positiva, invece, l’apertura affidata all’intro strumentale “Uprising” che mette subito in chiaro quello che troveremo sul resto del disco, sfociando poi nel riff instabile di “Hypertube” che in qualche modo mi ha fatto pensare ai Nasty Savage (per la sua carica animalesca, probabilmente). Dopodiché è tutto un susseguirsi di ritmiche contorte e stacchi irregolari, rallentamenti e accelerazioni varie. Come in occasione dell’ottima “Shodowplay”,  che si mette in luce per un ispirato solo di chitarra proprio su una ripartenza, mentre Olivia Airey sembra accanirsi sulle corde del basso per creare un tessuto ritmico estremamente dinamico. Assoli più o meno classicheggianti e/o aggressivi, comunque sono disseminati lungo tutto l’album, basta ascoltare “Collision”, brano che sembra strizzare l’occhio ai primi lavori dei Forbidden (come il refrain di “Volcano”), o quello arioso di “Insidious”, che si dipana su alcune variazioni ritmiche e potrebbe far sorgere il dubbio che effettivamente sia stato chiesto aiuto a Tommy T. Baron in persona, per rimanere affascinati da una coppia d’asce che al momento non possiede la classe di quest’ultimo, ma che talvolta riesce perfino a stupire. È tutta la band, comunque, a colpire per generosità e capacità tecniche, facendo sembrare semplici ed estremamente naturali anche i passaggi più intricati. Ottimo per esempio il lavoro di Dimitris Xekalakis dietro alle pelli su “Hubris”, senz’altro uno degli highlight dell’album, per intensità e variazioni inserite.

Tirando le somme, possiamo affermare con cognizione di causa che “Heavy Machinery” è un debutto senz’altro sopra la media, caratterizzato da una certa freschezza compositiva, a tratti dirompente, che sa trovare il giusto equilibrio tra aggressività e tecnica. La speranza è che gli Hybris in futuro sappiano lavorare altrettanto efficacemente anche sulla personalità, così da compiere il definito salto di qualità.

Orso “Orso80” Comellini

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