Recensione: Heliocentric

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"There's probably no God. Now stop worrying and enjoy your life." - Richard Dawkins, 2008

Ci sono gruppi che plasmano suoni in maniera indelebile. Non nascono col desiderio di fare cover, mettere qualche pezzo proprio, suonare in giro e poi cominciare a fare sul serio: nascono come un progetto lucido e definito, con obiettivi ben chiari in mente. Sono pochi, e ancora meno quelli che arrivano a farsi conoscere: ma tra questi ci sono sicuramente i The Ocean.
L'idea di "collettivo" che permea la storia della band è quanto di più originale ed affascinante apparso sulla scena della musica "dura" negli ultimi decenni: musicisti che mettono la propria creatività ed esperienza al servizio di un unico progetto, senza per forza di cose costituire una line-up stabile. Una sorta di comune della musica, di circolo artistico con il solo scopo di raggiungere quell'obiettivo artistico che costituisce il Santo Graal di tutti i musicisti. L'espressione pura, sincera, riuscita.

Dopo aver raggiunto l'obiettivo per 8 anni, i The Ocean sono diventati oggi una "band" a tutti gli effetti. E con questa parola inglese ormai impropriamente usata da tutti noi scribacchini musicali, intendiamo un gruppo limitato e definito di persone che scrivono, eseguono e registrano la propria musica, sottoponendosi alla routine commerciale che ogni album richiede: produzione, promozione, tour. Non per questo i tedeschi perdono di vista il proprio traguardo: l'ambizione dell'arte pura rimane lì, ben in vista nella mente di Robin Staps e dei suoi compagni di squadra. Anche quando la sfida aumenta.

Sì, perché Heliocentric è un disco che innalza la pretenziosità della musica dei The Ocean in modo quasi insostenibile. Sembrava impossibile che si potesse superare un doppio album come Precambrian, con i suoi due dischi incentrati sulla nascita e lo sviluppo del nostro pianeta - e soprattutto con i suoi articolatissimi influssi orchestrali; ma Heliocentric va ben oltre, sia sul piano lirico che su quello strettamente musicale.

Robin Staps infatti incentra questa volta il proprio concept sulla lotta per affermare la concezione eliocentrica del cosmo, e sui sacrifici fatti da chi aveva intuito e già dimostrato come il Cristianesimo mantenesse l'umanità nell'ignorante presunzione di essere al centro del "Creato". Per comprendere a pieno la filosofia che anima l'album, dobbiamo tornare alla citazione posta in apertura di recensione: la nota frase che uno dei più famosi "attivisti dell'ateismo", il biologo Richard Dawkins, fece pubblicare sulle fiancate dei bus inglesi nel 2008 come campagna promozionale. Heliocentric è infatti una lucida critica al Cristianesimo, intelligente e proprio per questo spietata: molto più di un qualsiasi disco "satanico" medio uscito sulle varie scene estreme.

Curiosamente, la musica va nel senso opposto. Se il cinismo di Staps porta l'attacco ai massimi livelli raggiunti dai The Ocean, il songwriting si porta su atmosfere decisamente più soft e riflessive. Possiamo infatti ormai tranquillamente parlare di post-rock con grossi influssi hardcore, e con un tappeto ritmico come sempre prelevato di peso dal metal estremo. Una metamorfosi che già si intuiva su Precambrian, ma che diventa prepotente con l'arrivo del nuovo cantante Loïc Rossetti, fenomenale nel suo interpretare gli sprazzi di rabbia e dolore, ma anche speranza ed entusiasmo, che il gruppo mette in bocca ai protagonisti della rivoluzione eliocentrica. La voce pulita diventa qui totalmente predominante, accompagnandosi sempre al muro di chitarre, ma lasciando molto più spazio a soluzioni vicine ai maestri Neurosis; gli arrangiamenti sinfonici si riducono, ma appaiono sempre quanto basta per dare forma definita all'album. Un album che vive costantemente di contrasti.

Dalla cieca sicurezza della precedente concezione (Firmament e il suo incedere roccioso) alla dichiarazione della Scienza di Copernico e Galileo (Ptolemy Was Wrong, sussurrata come la migliore delle ballad, con un pianoforte che vuole suggerire la timida ma determinata affermazione delle conclusioni dei due scienziati), fino alla dolente voce di Giordano Bruno/Loïc Rossetti ad annunciarci il suo testamento su Catharsis of a Heretic, immediatamente prima di essere messo al rogo dai difensori della tradizione; il disco è un viaggio, una rappresentazione teatrale che come tale va vissuta.
È infatti fondamentale capire come Heliocentric viva del suo insieme: i The Ocean non sono un gruppo da singolo, per quanto i loro pezzi si possano anche isolare dal contesto. Lo dimostrano con gli ultimi capitoli dell'album, dedicati proprio a quel Richard Dawkins citato all'inizio: Epiphany,  dolcissimo trio piano/voce/archi; The Origin of Species, ovvio riferimento diretto a Charles Darwin in cui la protesta (e la chitarra) di Staps e la voce di Rossetti si fanno feroci; e infine il climax di The Origin of God, con il suo interrogativo finale.

Heliocentric è un album complesso e inscindibile dai propri testi; difficile e contemporaneamente accessibile per la sua melodia; pretenzioso ma perfettamente riuscito. In attesa del suo complemento, Anthropocentric, in uscita a ottobre 2010, non possiamo che congedarci come fanno i The Ocean sullo splendido coro finale, con delle domande scomode che racchiudono in quattro versi il significato dell'album:

Who made your architect?
Who made your architect?
Where does he come from?
What is he made of?



Alberto Fittarelli

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Tracklist:

1.    Shamayim        01:53    
2.    Firmament        07:29    
3.    The First Commandment of the Luminaries    06:47    
4.    Ptolemy Was Wrong         06:28    
5.    Metaphysics of the Hangman    05:41    
6.    Catharsis of a Heretic    02:08    
7.    Swallowed by the Earth    04:59    
8.    Epiphany            03:21    
9.    The Origin of Species    07:23    
10.    The Origin of God        04:33

 
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