Recensione: Her Halo

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C’era una volta il power/prog, ovverosia quella particolare commistione di ritmiche e melodie di matrice power metal con virtuosismi strumentali e repentini cambi d’atmosfera mutuati dal progressive.

Nell’ambito di questa particolare nicchia gli anni novanta-duemila sono stati particolarmente prodighi di band degne di attenzione: dagli Angra ai Symphony X fino ai Royal Hunt, passando per i nostrani Labirynth, Eldritch e Vision Divine; potevano dunque mancare dei degni epigoni in grado di raccoglierne il testimone?

Ovviamente no e in questo senso gli australiani Teramaze, così come i canadesi Borealis o i rifondati Pyramaze possono essere certamente considerati tra gli eredi maggiormente quotati, nonché tra i pochi in grado di aggiornare quella particolare miscela di stilemi e ingredienti di base alle sonorità dei giorni nostri senza per questo tradirne l’idea fondante.

Rispetto al precedente – e già notevole Esoteric Symbolism”, “Her Halo” si caratterizza per il passaggio del testimone tra lo storico cantante Brett Rerekura e la new entry Nathan Peachy e per la contestuale virata verso sonorità più morbide e rifinite. 

L’ugola di Peachy, in virtù di una grande estensione, di un notevole gusto melodico e di uno stile di canto dal taglio decisamente contemporaneo, appare quanto mai adatta a completare il maestoso affresco sonoro intessuto dalle chitarre di Dean Wells, dalla poderosa batteria di Dean Kennedy e dall’ispiratissimo lavoro di Luis Eugren al basso. 

Canzoni come la splendida suite “An Ordinary Dream (Enla Momento)” o l’ altrettanto valida “For The Innocent” mettono nero su bianco l’ammirazione dei quattro australiani per le band cardine del genere, tra virtuosismi strumentali ai limiti del barocco ed efficaci cambi di tempo. D’altro canto, brani come “To Love, A Tyrant” o “Out Of Subconscious” giocano – con successo – la carta del mix di stili inglobando tra le pieghe di una sezione strumentale di prim’ordine ora riff di matrice groove/metalcore, ora atmosfere TesseracT-iane. “Broken” e la title-track - ad incarnare il lato più morbido del sound dei Teramaze - non sono in ogni caso da meno, come pure vale la pena menzionare l’interamente strumentale “Trapeze” o la Dream Theater-iana “Delusion Of Grandeur”, nella quale la somiglianza tra la timbrica di Peachy e quella di James LaBrie risulta davvero tangibile.

“Her Halo” non è un disco rivoluzionario, ma la svolta intrapresa dai Teramaze appare corretta e al passo: trasporre la formula magica del power/progressive agli anni duemiladieci, rifacendosi alla lezione dei maestri senza tuttavia ignorare (e in futuro magari approfondendo ulteriormente) quanto proposto dalle nuove leve negli ultimi tempi. 

Stefano Burini

 

 
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