Recensione: Here And Now

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Strana storia, quella dei canadesi Nickelback. Partiti nell'ormai lontano 1996 come discepoli dei Nirvana e diventati, nel decennio successivo, una delle realtà di maggior successo commerciale in assoluto, si ritrovano da qualche anno a questa parte (suppergiù da “All The Right Reasons” in poi) ad incontrare il favore di più d'un appassionato del cosiddetto “melodic hard rock” che tanto fece furore tra il 1984 e il 1991. Proprio quel pubblico, in sostanza, che solo quattro o cinque anni prima non avrebbe mai immaginato di trovare in gruppi come i Nickelback (o gli Alter Bridge, gli Shinedown e molti altri ancora) quella particolare commistione di potenza e melodia che con gli anni era un po' passata di moda.  

Certo, molti scettici potranno obiettare (e non senza ragione) che i suoni e l'attitudine, così come la melodie e l'atmosfera della loro musica siano quelle di oggi più che quelle degli anni 80. D'altro canto la Storia, quella con la S maiuscola, fluisce in un unico verso e forse, oggi, queste band si dimostrano semplicemente figlie del loro tempo e in grado, quindi, di rielaborare e riproporre tanto le esperienze della stagione dell'hard 'n' heavy quanto quelle del cosiddetto Seattle-sound e dei suoi epigoni. E tra le tante realtà che da qualche anno a questa parte stanno provando a a riproporre una "versione 2.0" di quel difficile equilibrismo tra i due opposti per antonomasia, forse sono proprio i Nickelback ad aver maggiormente fatto proprio lo spirito di certo party rock, con canzoni semplici ed orecchiabili, spesso allegre, rockeggianti e mediamente più leggere, a livello di testi, rispetto a buona parte della concorrenza.

“All The Right Reasons” fu l'inizio del cambiamento: un album potente come mai prima di allora nella discografia dei canadesi, scorrevole e molto riuscito ma ancora piuttosto scuro quanto ad atmosfere. Con “Dark Horse” i Nickelback ampliarono a dismisura l'impatto sonoro e dimostrarono in più d'un occasione di saper giostrare con insospettabile perizia input riconducibili a gruppi come Bon Jovi e Def Leppard, tuttavia c'erano quelle due/tre canzoni sotto la media (“Gotta Be Somebody”, “Never Gonna Be Alone” e “This Afternoon”) che inficiavano un po' il risultato finale.

Il 2011 fu infine l'anno di “Here And Now”, un lavoro che in sostanza andò a confermare la “nuova” direzione intrapresa dal quartetto di Hanna, mantenendone alcuni difetti (come la cronica e, a quanto pare, irrinunciabile presenza di un paio di semi-ballate Nickelback-vecchia maniera, né carne né pesce) ma andando a proporre alcuni dei brani più pesanti, veloci e convincenti di tutta la loro carriera e facendosi, per certi versi, addirittura preferire al suo predecessore.

“This Means War” partiva da quanto di buono proposto nei primi due brani di “Dark Horse” e finiva per portarlo ad un livello ancora superiore, configurandosi come una vera e propria killer track, retta dalle irresistibili melodie intonate da un Chad Kroeger in forma mondiale, da chitarre (quelle di Ryan Peake e dello stesso Chad) dal groove assolutamente devastante e da un accompagnamento di basso  più che mai efficace. Teneva botta con vigore la successiva “Bottoms Up”, altro brano carico e nel contempo melodico, di quelli che ci si aspetterebbe di veder mettere a ferro e fuoco uno stadio gremito di fan impazziti, così come capitava quasi trent'anni or sono, mentre con “When We Stand Together” si finiva per incocciare un brano a base di pop rock un po' dolciastro, sicuramente tra le cose meno riuscite di "Here And Now".

La spettacolare “Midnight Queen”, un vero e proprio hard rock di metà/fine anni '80 in cui non pare assurdo sentir riecheggiare certi passaggi di band come i Guns 'n' Roses, riportava fortunatamente l'album su su binari più consoni, seguita dall'irresistibile “Gotta Get Me Some”, ritmata e quasi danzereccia, come se si trattasse di una versione modernista di certo pop metal tipicamente defleppardiano. “Lullaby” era la prima di tre ballate: discreta ma fin troppo soft (e, ovviamente, scelta come innocuo singolo radiofonico), finiva per perdere il confronto con la bella "I'd Come For You". Meglio tornare a correre e a divertirsi e, con la scatenata “Kiss It Goodbye”, i Nickelback davano ulteriore prova di saperlo fare davvero alla grande: il riffing era carico di groove, enfatico ed incalzante e Chad dimostrava ancora una volta di sapersela cavare alla grandissima su queste sonorità.

Se “Lullaby” risultava, come detto, un po' tiepida, lo stesso non era possibile affermare riguardo alla seconda ballad in scaletta, “Trying Not To Love You”, di tutte la più “power” e non a caso la migliore: sorretta da una melodia a presa rapida e da un efficace accompagnamento strumentale, rimandava la memoria ai lenti dei Bon Jovi novantiani più che a quelli tipici dei “vecchi” Nickelback. La successiva “Holding On To Heaven” era una traccia molto particolare, a metà tra una semi-ballata ed un hard rock molto groovy e cadenzato, in ogni caso ottimamente riuscita, mentre chiudevano a vele ben spiegate “Everything i Wanna Do”, un'altra traccia ibrida, e la buona closing-ballad “Don't Ever Let It End”.

I Nickelback oggi, anche grazie a lavori come "All The Right Reasons", "Dark Horse" e "Here And Now", possiedono valanghe di fan sparse per il globo ma anche numerosi detrattori e sono, comunque, ancora in molti a non volerli considerare come parte della scena hard 'n' heavy odierna. Tuttavia, a questo proposito, vale certamente la pena ricordare quanto anche gruppi poi divenuti “classici” come Dokken, Bon Jovi e Europe, ai loro tempi, fossero invisi all'uditorio metal più intransigente. Lasciamo, dunque, che sia il tempo a parlare (e, magari, a far abbandonare del tutto quel post grunge che per anni ha fatto la fortuna la loro fortuna, costringendoli a regalarci il vero colpo da K.O.) e nel frattempo godiamoci questi quaranta minuti di musica orecchiabile, divertente e ben confezionata. Gli amanti della melodia e delle chitarre roventi sono avvisati.

Stefano Burini

 
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