Recensione: I Hate Therefore I Am

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I Cyclone Temple nascono dalle ceneri degli Znöwhite: una band tanto valida quanto sfortunata e sottovalutata, reduce dall’ottimo “Act Of God” del 1988 nel quale spicca il cantato femminile di Nicole Lee a caratterizzare una solida trama speed/thrash. Sicuramente un gruppo di grande valore ma anche molto sfortunato per via dei ripetuti cambi di etichetta e di line-up che ne hanno minata la stabilità e precluso probabilmente una maggiore popolarità. Purtroppo, l’allontanamento della dotata vocalist, poco dopo l’uscita del platter citato, segna anche il destino del gruppo stesso. Neanche l’ingresso in formazione di Debbie Gunn – venuta alla ribalta cantando nei Sentinel Beast – riesce a salvare gli Znöwhite dall’inevitabile scioglimento, abbandonandoli all’alba dell’imminente tour per trasferirsi nel vecchio continente e unirsi alle thrasher scandinave Ice Age. La volontà ferrea del chitarrista Ian Tafoya, consapevole delle capacità del combo e lungi dal voler mollare, fa sì che decida di rilanciarsi cambiando il nome del gruppo (e anche il proprio in "Greg Fulton") nel più comprensibile Cyclone Temple. Così, dopo aver arruolato il frontman Brian Troch, i Nostri tornano più agguerriti che mai con “I Hate Therefore I Am”.

I ringraziamenti sul booklet del CD offrono l’assist ideale per presentare e spiegare al meglio lo spirito sardonico, ma sempre goliardico, che trasuda dalle composizioni e dalle liriche di “I Hate Therefore I Am”. Un titolo che fa propria, rielaborandola in chiave personale, la celebre locuzione cartesiana ‘cogito ergo sum’ e che esprime in maniera concisa una tra le principali condizioni senza le quali, il quartetto di Chicago e più in generale il thrash metal stesso non avrebbe ragione d’esistere (o quantomeno svanirebbe uno dei suoi elementi originari e peculiari).

«Extra special thanks to everyone who has: ripped us off, slowed us down, screwed us up, left us hanging, turned their back, dragged us through court, told us we were washed up, nonbelievers & anyone who generally causes us grief…keep up the good work! You all still inspire us!».

Non aspettatevi tuttavia un continuo attacco assassino dalla prima all’ultima traccia: pur essendo presente una dose massiccia di sferzate thrash, le composizioni dell’ensemble statunitense sono ben articolate ed eterogenee, passando con disinvoltura da arpeggi e soli suadenti a riff schiacciasassi. L’opener “Why” è rappresentativa in questo senso. Il piatto forte dell’album comunque, sia ben chiaro, sono canzoni come “Sister (Until We Meet Again)”, “Public Enemy”, “In God We Trust”, “March For Me, Die For Me” e “Silence So Loud”, che rappresentano la vera spina dorsale del disco e, riversando sull’ascoltatore velocità e cattiveria a palate, offrono una pietanza più che succulenta per ogni thrasher famelico di sonorità provenienti dalla Baia di San Francisco. Sugli scudi Fulton per merito di un sapiente uso del palm-muting e di terzine a iosa, che conferiscono al riffing-work una certa vorticosità irrefrenabile e trascinante. I suoi compagni di avventura (Brian Troch alla voce, Scott Shafer al basso e John Slattery alla batteria) a ogni modo non sfigurano quanto a tecnica e si destreggiano egregiamente anche sulle melodie della semi-ballad “Words Are Just Words” e sul maestoso mid-tempo della title-track. É proprio nei momenti melodici che la voce calda ma rauca di Troch dà il meglio di sé, con una timbrica che può ricordare quella di John Bush (Armored Saint, Anthrax); anche se bisogna dire (senza sminuirne la prova complessiva) che, rispetto ai colleghi più blasonati del genere, sembrano mancare quei ritornelli memorabili che hanno contribuito a fare la fortuna altrui. Merita una menzione a parte l’atipica “Born To Lose” per l’azzeccata atmosfera quasi onirica che la impreziosisce, sicuramente uno degli episodi migliori.

“I Hate Therefore I Am”, all’indomani della pubblicazione, fu osannato quasi all’unanimità dalla stampa specializzata con commenti entusiastici. Evidentemente, le vendite, seppur incoraggianti, non furono all’altezza delle attese e in più la Combat Records chiuse i battenti scaricando i Cyclone Temple (che, comunque, ci avrebbero riprovato tre anni dopo con “My Friend Lonely”) che, per l’ennesima volta, si trovarono a dover cercare una nuova casa discografica, alimentando così quella spirale di eventi avversi e, di conseguenza, di odio cui fa riferimento proprio il titolo dell’album.

Orso “Orso80” Comellini


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Track-list:
1. Why 6:21
2. Sister (Until We Meet Again) 5:50
3. Words Are Just Words 7:18
4. Public Enemy 4:13
5. In God We Trust 4:31
6. I Hate Therefore I Am 7:12
7. March For Me, Die For Me 5:06
8. Born To Lose 6:37
9. Silence So Loud 4:47

All tracks 52 min ca.

Line-up:
Brian Troch – Vocals
Greg Fulton – Guitars
Scott Shafer – Bass
John Slattery – Drums
 

 
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